Antonin Artaud, la palestra dell'alterità
Prendendo ora, in ritardo, l'assist per indicare alcune figure di riferimento a cui ispirarsi, pensando ai grandi temi che definirei della Cultura dell'Innovazione, scelgo Antonin Artaud che mi permette di coniugare l'idea di fisicità con l'immaterialità del digitale.
Per comprendere come interpretare il web 2.0 in quanto partecipazione attiva, inventando format creativi dell'interazione tra reti e territorio, tra corpi e informazioni, secondo le linee di ricerca del Performing Media.
Artaud presagì quanto sarebbe diventato complesso, se non impossibile, esprimere un’emozione vitale in un mondo sempre più mediato, sempre più inautentico.
Allora , negli anni Trenta del Novecento, la sua insofferenza veniva gridata contro le sovrastrutture della Letteratura e del Dramma borghese saturo di psicologismi.
Il teatro che cercava Artaud (nato più di cent’anni fa, il 4 settembre 1896) tendeva infatti a radicalizzare la contraddizione tra fisicità e sovrastrutture psichiche e culturali, immettendo con forza l'elemento dell'alterità: la ricerca dell'altro da sè.
Un atto di estremismo vitale. Un “teatro dell crudeltà” impossibile, mai realizzato se non intuito in una trasmissione radiofonica mai andata in onda (“Pour en finir avec le Jugement de Dieu” censurata dalla radio francese) e nella partecipazione estatica alle ritualità trance balinesi e tarahumaras.
Oggi, nell’era del virtuale, all’ultimo stadio della comunicazione mediata, il corpo appare come un estremo luogo dello scontro tra vita e finzioni, e Artaud non solo risale alla mente ma nuove forme di spettacolarità lo evocano, rilanciandone l’estremismo vitale.
Ma il punto non riguarda le nuove forme del teatro ma riconoscere che nel digitale si creano condzioni inedite per rinegoziare il rapporto tra naturale e artificiale, tra fisicità e immaterialità. Ciò comporta un'espansione della coscienza culturale rispetto alle dinamiche della mutazione in atto, ridefinendo i rapporti in relazione allo spazio, al tempo, al corpo, alla condivisione con gli altri.
Il teatro ideato (più che realizzato) da Artaud ha contribuito a pensare l'esperienza creativa come una palestra dell'alterità, per imparare ad uscire fuori di sè per andare incontro ad altro, all'altro.
E' da qui che s'innesta un processo evolutivo che può attivare un reale pensiero multiculturale, capace d'interpretare lo sviluppo sociale del web come una reale opportunità glocal.
Concludo con una frase di Antonin Artaud, preziosa per rendersi conto di quanto ciò che definiamo arte, altro non sia che la nostra capacità di captare e trasformare:
"L'arte non è l'imitazione della vita ma la vita è l'imitazione di un principio trascendente col quale l'arte ci rimette in comunicazione".
Il medium principale è il nostro corpo e tutta quell'esperienza che comporta il suo utilizzo, quando amiamo e quando parliamo, quando vediamo e quando mangiamo, quando lo veicoliamo nello spazio su un autobus o quando clicchiamo con un mouse.
Credo che sia sempre più interessante elevare il grado d'attenzione sul corpo, in relazione con lo spazio pubblico in primo luogo, individuando tutte quelle condizioni che ne stimolano la percettività, rilevando le condizioni di nuova sensibilità ormai ibridate nello sconfinamento tra arte e comunicazione.
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L’innovazione è essenzialmente chi la fa. Ma ogni innovatore conserva la memoria di un pensiero, di una ricerca, di una biografia, di una visione che lo ha spinto a contribuire alla costruzione del futuro. Ebbene: chi sono gli ispiratori del pensiero che alimenta i cercatori di innovazione che abitano le pagine di Nòva?