InnovAction, Udine progetta il suo futuro

di guido romeo

Perchè è difficile fare innovazione in Italia: come coltivare le eccellenze nella ricerca ovvero perchè i cervelli scappano

Sarebbe fin troppo semplice pensare che se in Italia di innovazione nel campo scientifico-tecnologico ve ne è poca ciò sia dovuto solo al fatto che è mancato il passaggio dalla conoscenza scientifica prodotta dal sistema ricerca alla sua traduzione in innovazioni da portare sul mercato. Se questo passaggio è sicuramente stato trascurato e per migliorare questo aspetto molto si sta facendo ad Udine, non possiamo negare che in Italia sia mancata e manchi ancor di più ora una ricerca brillante e di alto livello che possa alimentare il processo di trasferimento tecnologico con idee e brevetti altamente innovativi da tradurre in prodotti per il mercato. Vari indicatori ce lo mostrano: il numero di premi Nobel o il numero di brevetti prodotti dal sistema ricerca italiano sono solo due fra i più evidenti. Quindi se vogliamo produrre innovazione dobbiamo agire su entrambi gli aspetti del processo di innovazione, la produzione di conoscenza ed il trasferimento tecnologico. Conoscendo il sistema ricerca italiano vien da pensare che sia molto più difficile modificare il primo aspetto che non il secondo. Dopo il progressivo ridimensionamento del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) la ricerca in Italia si fa ormai principalmente nelle Università o in rari casi in istituti di ricerca di diritto privato. Ebbene, almeno nel campo biomedico, questi ultimi sono i pochi esempi in cui la ricerca in Italia funziona ed è ugualmente produttiva rispetto a quella statunitense o britannica o tedesca: basti pensare agli istituti finanziati da associazioni private come l’AIRC o Telethon o all’Istituto Europeo di Oncologia.Se in questi luoghi la ricerca funziona ed è produttiva mentre non lo è nelle università, allora vien da concludere che ci sia qualcosa che non va nel modello di gestione dell’università e/o della ricerca universitaria. Il problema principale dell’Università italiana nell’assolvere il suo ruolo di luogo di produzione di ricerca e di conoscenza a mio avviso non va identificato nella carenza di fondi di cui tanto si parla ma nella mancanza di una cultura dell’eccellenza scientifica: perché la ricerca funzioni e sia produttiva essa deve essere competitiva e premiante. Competitiva per una competizione sana e leale, da partita di rugby e non da partita di calcio nostrano per intenderci, in cui ci si confronta apertamente su idee e progetti senza accordi sotto banco o mosse sleali o senza sfruttare amicizie e conoscenze. Premiante per valorizzare chi eccelle e metterlo in condizione di fare di più e meglio ciò che ha già dimostrato di saper fare. Ovviamente elemento fondamentale per tutto ciò è una valutazione seria, rigorosa ed approfondita dei risultati della ricerca. Se sapremo riformare in fretta il nostro sistema ricerca ed in particolare il sistema università fondandolo su competizione, premi e valutazione allora saremo in grado di invertire la tendenza dei nostri migliori ricercatori a fuggire dall’Italia e saremo anche in grado di attrarne di stranieri, altrimenti dovremo rassegnarci ad un ulteriore declino e a vedere tutti i tentativi, per quanto meritori, di incentivare l’innovazione frustrati dal fatto che a monte non siamo in grado di produrre conoscenza.

MarMax, un'esperienza

Fare Innovazione a Udine. A dire il vero non era questo il mio obiettivo quando nel 2002, assieme ad un collega, abbiamo messo in piedi MarMax. L'obiettivo era piuttosto quello di trovare un lavoro che mi permettesse non solo di vivere ma anche di fare qualcosa di interessante, qualcosa che assomigliasse alla ricerca, ma non quella ingessata e astratta che si fa nelle università italiane, quanto piuttosto simile a quella che si fa nei college del Regno Unito o nelle facoltà tecniche della Germania. Una ricerca che partisse dai problemi concreti e li risolvesse tramite conoscenze teoriche, e non viceversa.
E così, prima di scappare all'estero o finire a fare fotocopie in una grande azienda o a scrivere articoli scientifici illeggibili, il mio collega ed io abbiamo provato a vedere se riuscivamo ad inventarci qualcos'altro. Partendo da un'esperienza positiva legata ad un progetto di ricerca/trasferimento tecnologico dell'Università di Udine in cui eravamo stati coinvolti, sfruttando qualche finanziamento pubblico, racimolando qualche soldino nostro, convincendo Università, banche, agenzie regionali, ad essere un po' più flessibili di quello che i loro regolamenti avrebbero imposto, abbiamo messo in piedi MarMax.
Ed oggi possiamo dire di esserne soddisfatti: facciamo assistenza alle aziende nella fase di sviluppo prodotto, tramite servizi di progettazione CAD, prototipazione, piccole serie, reverse engineering e qua e là, quando ci sono tempo e soldi, partendo sempre da spunti che arrivano dalla nostra attività, mettiamo in piedi dei progetti di ricerca un po' più teorici e meno immediatamente vendibili.
Non so se questo sia fare innovazione, ma questo è quello che siamo riusciti a fare noi.
Forse ci si poteva porre obiettivi più ambiziosi, più lontani, più belli da scrivere su un articolo o da raccontare in un convegno, con la quasi certezza di finire ad infoltire la lunga schiera di progetti innovativi morti neonati. Direi che a noi è andata bene così.

Martina Felice
martina

Friuli Innovazione - mission & vision

Dalla strategia di Friuli Innovazione i progetti e gli obiettivi per il futuro legati alle vocazioni del territorio*

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fabioferuglio

Innovaction: un patto sociale per l’innovazione? Ricerca scientifica e imprenditorialità

I processi di innovazione sono sempre più spesso il prodotto sistemico di interazioni tra attori, istituzioni, competenze e risorse diverse. Essi sono caratterizzati  dall’integrazione di tecnologie e di competenze scientifiche eterogenee e  dall’esigenza di innestare su queste, risorse e conoscenze complementari di tipo manageriale in grado di governare gli aspetti economico gestionali dell’innovazione. Risorse e competenze complesse ed eterogenee non possono essere contenute nella figura solitaria dell’innovatore-inventore, come essa è concepita dai tradizionali interpretazioni nel campo della entrepreneurship. Ai “nuovi innovatori” è primariamente richiesto un ruolo di coordinamento di risorse e attori diversi, dalla conoscenza scientifica, ai portatori di capitali di rischio e di debito, dai potenziali clienti e consumatori finali alle istituzioni pubbliche, in modo che il loro progetto innovativo diventi un ingranaggio di un più ampio processo di cambiamento dell’intero tessuto socioeconomico.  Il problema allora non è più quello di persuadere il sistema sul valore di una nuova conoscenza in una logica di contrapposizione individuo-sistema, quanto quello di coinvolgere in modo strutturato tutte le  componenti del sistema nel processo di sviluppo innovativo, generando una vera e propria responsabilità collettiva dell’innovazione, un impegno diffuso che deve accomunare imprenditori e imprese, lavoratori, consumatori, attori pubblici, istituzioni di ricerca e formazione. Ed è questo il senso di Innovaction. La natura  sistemica dei processi innovativi  richiama i modo forte la necessità di interventi di policy volti non solo a promuovere contesti sociali e culturali aperti all’innovazione ma anche a incentivare le relazioni tra gli attori dell’innovazione, adottando  criteri di allocazione delle risorse ispirati alla valutazione e misurazione dei rapporti di  collaborazione fra luoghi di produzioni, di valorizzazione  e di utilizzo della conoscenza.

Il processo di valorizzazione della ricerca scientifica attraverso il mercato si colloca in questa interpretazione olistica delle dinamiche innovative. L'innovazione tecnologica rappresenta l'incontro tra le regole della scienza e le istituzioni del sistema economico-sociale e la valorizzazione economica della ricerca rappresenta uno strumento fondamentale per promuovere la diffusione delle innovazioni e accelerare la diffusione delle conoscenze. Ma l'attivazione dei processi innovativi richiede innanzitutto la capacità di instaurare un dialogo costruttivo tra gli attori del sistema della ricerca e il mondo imprenditoriale ed è il risultato di una scelta deliberata, in quanto richiede ad entrambi i soggetti lo sforzo di un cambiamento culturale accompagnato dalla progettazione di un sistema organizzativo a supporto delle relazioni di trasferimento tecnologico. Ciò significa per Università e Centri di Ricerca introdurre unità e processi necessari a sostenere l’affiancamento alla tradizionale missione della ricerca e formazione di quella di interfaccia con le imprese nella fase cruciale di trasformazione di un’invenzione in un’ innovazione. Tale cambiamento organizzativo si rende necessario per creare un’infrastruttura destinata a presidiare il processo di valorizzazione dei risultati della ricerca, a partire dal riconoscimento delle opportunità imprenditoriali insite nelle scoperte scientifiche, passando per la formalizzazione di un piano di valorizzazione, fino alla scelta dei più adatti strumenti e dei meccanismi di trasferimento tecnologico. È bene sottolineare come la realizzazione di queste funzioni non implichi l’abbandono o il ridimensionamento della missione tradizionale di ricerca e formazione, da cui peraltro le attività di trasferimento tecnologico vengono alimentate, quanto un affiancamento di nuove attività istituzionali volte alla promozione di processi di sviluppo e cambiamento nel sistema sociale ed economico di riferimento.

È possibile tuttavia che il sistema delle imprese non sia in grado di comprendere le potenzialità e le applicazioni di un filone di ricerca, oppure che la conoscenza sviluppata abbia un’elevata componente tacita e sia perciò fortemente radicata nei ricercatori. In questi casi, meccanismi di trasferimento tecnologico come i brevetti o i contratti di ricerca si rivelano inefficaci nel fornire alle imprese la materia prima su cui costruire le innovazioni. Emerge lo spazio per una nuova sfaccettatura del rapporto tra ricerca e impresa che chiama direttamente in causa i ricercatori: si tratta dello spin-off, la creazione di una nuova iniziativa imprenditoriale con cui i ricercatori si propongono di portare sul mercato le applicazioni delle proprie scoperte scientifiche.

Se la fase di avvio è particolarmente delicata per tutte le nuove imprese, uno spin-off presenta delle  criticità specifiche: una nuova impresa research-based si trova a dover integrare le competenze tecnologiche dei fondatori con  competenze manageriali e relazionali; i neo-imprenditori devono riuscire a conciliare la loro attività accademica istituzionale con il dispendio di energie legato all’avvio dell’impresa; la definizione e la penetrazione del mercato potenziale possono rivelarsi particolarmente faticose poiché il team imprenditoriale da un lato o i clienti potenziali dall’altro possono non riuscire a comprendere le applicazioni più efficaci della nuova soluzione tecnologica; uno spin-off, un’impresa che non ha ancora costruito un capitale di credibilità e fiducia, può incontrare serie difficoltà nell’attrarre sul mercato del lavoro quelle risorse umane qualificate indispensabili in un’organizzazione ad alta intensità di conoscenza. Ma soprattutto, uno spin-off incontra difficoltà ancora maggiori rispetto alle imprese operanti nei settori tradizionali nel reperire le risorse finanziarie, a titolo di capitale di rischio e di prestito, poiché è estremamente difficile stimare il valore di un’impresa il cui asset principale è la conoscenza dei suoi fondatori.

 

Autori: Cristiana Compagno e Daniel Pittino - Università di Udine

 
Cristiana Compagno
cristiana

Friuli Innovazione

Cosa abbiamo fatto e cosa vogliamo fare*

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fabioferuglio

Di cosa parliamo quando parliamo di Innovazione

Innovazione: è una parola positiva, che dà un senso di progresso e fa intendere, per chi la pronuncia, la capacità di proiettarsi nel futuro, di essere pronto, anzi in anticipo sui tempi. Ecco perché da un po’ di tempo la parola ”innovazione” compare in modo ricorrente ovunque, nei convegni, nei seminari, nelle interviste, negli articoli, alla televisione: improvvisamente sembra che solo a nominarla si faccia un salto di qualità. Non è così. Spesso l’innovazione è una di quelle cose che si richiedono agli altri quando non si è capaci di farla, o se ne parla non praticandola. Spesso si pensa che l’innovazione di successo appartenga ai laboratori o alla produzione, sia l’equivalente di invenzione e dunque debba essere realizzata dai tecnici o dagli inventori. Ciò è di grande conforto soprattutto nelle aziende, perché permette a tutti gli altri manager di ritenere che a loro invece non sia richiesta. Non è così. Accanto all’innovazione tecnologica c’è infatti l’innovazione nel modello di business, ovvero la capacità di ripensare la propria organizzazione, i servizi offerti ai clienti, il mercato. E’ questa un tipo di innovazione che invece è richiesta a tutti, imprese ed enti pubblici, manager e imprenditori. Moltissime sono anche le definizioni di innovazione, che può essere “radicale” o “incrementale” a seconda che rappresenti un salto o un’evoluzione, o semplicemente “modificazione che comporta un salto di novità”, come recita il dizionario di italiano sul mio scaffale.

Tra tutte quelle possibili, sempre accattivanti e adatte ad ogni diversa occasione, ne ho scelto una che ritengo più adatta pensando soprattutto alle imprese, agli imprenditori e al “fare impresa”. Innovazione: “adattamento anticipato alle esigenze dei Clienti”. Come dice l’autore (*) che propone questa definizione ciascuna parola è scelta con cura: adattamento, perchè raramente si riescono a fare grandi salti, anticipato perché altrimenti si tratta solo di copiare, Clienti perché tutto il funzionamento dell’impresa deve essere finalizzato a soddisfare i Clienti attuali e a creare le condizioni per soddisfare quelli futuri. Semplice ed efficace.

Tutto qui? No. Perché l’innovazione è nulla senza il cambiamento! Perché è la capacità di cambiare e gestire i processi di cambiamento il fattore di successo delle imprese, perché assimilare una nuova tecnologia, avviare nuove strategie di business, sviluppare nuovi prodotti/servizi significa sempre cambiare, modificarsi, evolvere, e vince chi lo riesce a fare meglio e più rapidamente degli altri.

Con queste convinzioni e consapevoli di essere ancora una realtà in consolidamento nel territorio regionale, Friuli Innovazione si presenta ad Innovaction: la fiera internazionale dell’innovazione che si svolge a Udine. Di seguito si presenta in breve la partecipazione all'edizione del 2007, dove quanto scritto è diventato esperienza tangibile per i visitatori della Fiera.

Innovaction 2007: l'innovazione è magia La Fiera come occasione per rendere visibili e portare in uno stand i nostri obiettivi

· valorizzare il lavoro di uomini e donne impegnati nella ricerca

· aiutare giovani e imprenditori a realizzare idee innovative

· facilitare il dialogo tra università ricerca e impresa

· diffondere tecnologia conoscenza e innovazione sul territorio

· promuovere risorse e vocazioni locali

· attrarre nuovi cervelli, idee, iniziative, capitali in Regione

e spiegare che l’innovazione non è magia, ma il risultato di impegno, passione, creatività, intuizione, motivazione di imprenditori, manager, ricercatori; non è performance del singolo ma di un team, quindi di molte competenze, di molte tecnologie da mettere insieme in uno stesso prodotto o servizio.

Per fare ciò abbiamo allestito uno stand di 130 metri quadrati, essenziale nella sua configurazione, suddiviso in tre aree principali, dedicate:

- alla ricerca scientifica sviluppata nei laboratori e nei centri di eccellenza di Friuli Innovazione;

- alle nuove imprese, accolte come idee imprenditoriali nell’incubatore Techno Seed e ora pronte e competere sul mercato, e ai loro fondatori che presentavano la loro esperienza di “fare impresa”;

- alla diffusione delle tecnologie, della conoscenza e dell’innovazione attraverso i servizi che Friuli Innovazione promuove costantemente sul territorio: Trasferimento Tecnologico, Finanziamento alle imprese, Nuova Impresa, Insediamento al Parco.

e al centro… un mago! Si un mago, con il quale abbiamo ideato un gioco/metafora per “mostrare” ai partecipanti i risultati sorprendenti dell’innovazione e come questa sia una leva indispensabile per la competitività delle imprese. Nel gioco (il minicubus, lo scatolone a forma di parallelepipedo nel quale si scompongono “magicamente” le persone) abbiamo immaginato un’azienda che cercava maggior competitività e che , grazie a Friuli Innovazione e all’apporto di innovazione, ricerca applicata, gestione del cambiamento, trovava una configurazione più competitiva: lo scatolone si ricomponeva, appariva la scritta “Innovare per competere” usciva la persona (una nostra collega) tutta intera.

Ed ecco come questo si è realizzato, con simpatia e la consapevolezza di voler trasmettere un messaggio forte.

*Gianfilippo Cuneo “Il successo degli altri” - Baldini Castoldi Dalai, 1999
fabioferuglio

Università e Innovaction

Il progetto di Innovaction proposto dall’Università di Udine  nasce con l'obiettivo di rispondere a questa domanda: Come è possibile avviare dei processi di socializzazione dell’innovazione? Com’è possibile avvicinare e combinare il sistema dei produttori di  conoscenza con il sistema degli utilizzatori della stessa al fine di stimolare processi di trasformazione della conoscenza astratta in nuove applicazioni, capaci di generare innovazioni di prodotto, di processo, ma anche innovazioni organizzative e strategiche.

Innovaction nasce allora come modalità di risposta a questa domanda. Si tratta di una fiera oltre la fiera. Innovaction supera infatti il tradizionale concetto di fiera come  scambio commerciale di beni e servizi, e si afferma come  un vero e proprio laboratorio di contaminazione creativa tra attori diversi ma tutti fortemente orientati all’innovazione. Il principale obiettivo di  Innovaction è di operare da catalizzatore di processi innovativi indotti dall’impiego di innovazioni realizzate in vari settori  (e magari con scopi completamente diversi), e di sviluppare e far crescere nel sistema una cultura dell’ Open Innovation.

Lo schema concettuale che l’università ha dato fin dalla prima edizione  ad Innovaction è quello della rappresentazione “fisica” dello sviluppo del  processo innovativo: ogni innovazione nasce dalla conoscenza, dal sapere astratto, ma non tutte le conoscenze si trasformano in innovazione: selezioni tecnologiche e di mercato operano da mediatori tra conoscenza, idea e innovazione. Ecco allora che gli spazi fisici di Innovaction si sviluppano su tre piazze:  piazza della conoscenza, piazza delle idee e piazza dell’innovazione,  che sono, appunto,  gli ideali anelli della catena del valore di ogni innovazione. Entro questo contesto (le tre piazze), la nuova architettura concettuale proposta dall’Università, nelle edizioni 2007-2008, è la realizzazione del  Torneo dei Paradigmi. Si tratta di un’altra e più complessa forma di rappresentazione dell’innovazione. L’affermazione di un’innovazione, ma a monte l’affermazione del paradigma tecnologico che la sottende, non è un processo lineare e unidirezionale.

Non esiste in sostanza una semplicistica relazione causale, unidirezionale, dalla conoscenza, all’idea, all’innovazione o anche dalla scienza alla tecnologia all’economia alla società ma  esistono circolarità e feedback complessi fra tutti questi elementi. L’affermazione di un paradigma dominante passa infatti attraverso un processo di selezione durante il quale il nuovo paradigma si confronta e spesso si  scontra con il vecchio o con i nuovi paradigmi concorrenti. Questa selezione avviene non solo in senso tecnologico ed economico ma è prodotta anche e, forse soprattutto,  dalle forze sociali che all’interno della società sanciscono la “accettabilità” di un determinato paradigma.

Il Torneo dei Paradigmi vuole rappresentare e comunicare la dinamica dei processi di selezione tecnologica-economica-sociale delle innovazioni mettendo a confronto posizioni scientifiche ma anche economiche e sociali diverse sui temi più attuali, dibattuti a livello mondiale dalla genomica personalizzata, alla gestione planetaria della risorsa acqua, all’analisi del grave  problema, non solo nazionale, dei rifiuti e dei possibili Usi, Ri-usi e Ricicli degli stessi. Si tratta di dinamiche delle quali tutti noi dobbiamo prendere coscienza per operare scelte consapevoli in relazione al futuro, nostro e delle generazioni a venire. Il torneo si svolgerà nella forma di dibattiti aperti tra due o più  “campioni” che rappresentano posizioni diverse e spesso contrapposte su specifiche tematiche relative al progresso tecnologico e ai suoi riflessi sociali. Il confronto sarà animato da due pubblici selezionati e completamente aperto a suggestioni, dubbi e istanze della platea. L’obiettivo? Conoscere, apprendere e socializzare i nuovi paradigmi.
 

Cristiana Compagno
cristiana

• La nascita di un nuovo soggetto nella catena dell'innovazione: l'IGA

Il lavoro che come Università di Udine da anni portiamo avanti nel campo della genetica e del miglioramento genetico della vite è stato recentemente affiancato dalla nascita di un nuovo istituto di ricerca, l'Istituto di Genomica Applicata (IGA). L’IGA sviluppa conoscenze di genomica, genetica molecolare e bioinformatica ed è diventato in poco tempo un centro di eccellenza internazionale per lo studio della diversità genetica e per integrare la ricerca di base con quella applicata, con la finalità di arrivare a sviluppare nuove tecnologie e prodotti.I nuovi laboratori hanno trovato posto presso il Parco Scientifico e Tecnologico Luigi Danieli di Udine, dove occupano una superficie complessiva di tre cento metri quadri. Vi lavorano 20 persone, tra ricercatori e tecnici di elevata qualificazione. Il centro di sequenziamento ha una capacità di lavoro nominale di cinque milioni di basi sequenziate al giorno e si colloca tra i primi centri di sequenziamento in Europa. Attualmente è impegnato nel progetto italo – francese di sequenziamento del genoma della vite: un progetto ambizioso che ha concluso la decodificazione di 500 milioni di basi del DNA della vite nel 2007 e che ha portato ad una prestigiosa pubblicazione dei primi risultati sulla rivista Nature ad agosto 2007.  Accanto al progetto principale l’IGA sta lavorando su due temi applicativi di rilevante interesse per il mondo vitivinicolo regionale: l’allestimento di una piattaforma tecnologica per la caratterizzazione di varietà e cloni di vite e la creazione, mediante incrocio e selezione assistita, di nuove varietà di vite resistenti alle malattie. Il progetto, della durata triennale, ha richiesto investimenti per cinque milioni di euro. Le risorse finanziarie sono per il 46 per cento pubbliche e per il 54 per cento private; nei programmi in questione sono coinvolti l’Università di Udine, la Regione, le Banche di Credito Cooperativo, le Casse di risparmio di Udine, Gorizia, Trieste, i Vivai di Rauscedo leader mondiale nella produzione di barbatelle di vite, Eurotech, Federdoc e alcune aziende leader nel settore vitivinicolo regionale. Siamo convinti che una ricerca genetica di alto livello e fortemente innovativa per arrivare a creare nuove varietà di vite che presentino un minore impatto ambientale come impiego di pesticidi pur mantenendo i livelli qualitativi e la diversità per i quali si distingue la produzione vinicola della nostra regione possa portare ad una rivoluzione nel vigneto chiamato Friuli. Dall'altro lato la creazione dell'IGA permette alla regione di avere un centro di ricerca di livello internazionale che è in grado di affrontare progetti di ricerca complessi come quelli di sequenziamento dei genomi eucariotici che possono portare prestigio e visibilità all'intero sistema ricerca. Verrebbe solo da chiedersi se era necessario creare per questi scopi una nuova istituzione che si è affiancata a quelle già esistenti in regione. Sicuramente si sarebbe potuta far nascere una simile iniziativa anche all'interno dell'università, seguendo i modelli già usati in prestigiose università straniere che hanno deciso di investire pesantemente in quello che oggi è uno dei settori di punta della ricerca biologica. La realtà è che nel sistema accademico italiano, che è poco competitivo e poco meritocratico e che predilige la concessione di finanziamenti a pioggia, concentrare tali investimenti in un singolo settore non sarebbe mai stato accettato, neppure in una realtà universitaria giovane e molto dinamica come quella udinese. D'altra parte essere un ente autonomo conferisce all'IGA degli indubbi vantaggi gestionali e rende più facile la compartecipazione dei finanziatori pubblici e privati alla gestione dell'istituto ed allo sfruttamento dei risultati della ricerca per arrivare a portare le innovazioni sul mercato.

Come si pensa e costruisce il futuro nell’economia della conoscenza? Con laboratori, finanziamenti e formazione, ma anche sviluppando una cultura particolare e una visione condivisa della strada da percorrere. Udine lo sta facendo da diversi anni e InnovAction, la fiera delle idee che il 14 febbraio inaugura la sua terza edizione è un buon punto di partenza per esplorare questo processo. NòvaLab ha invitato innovatori, scienziati, finanziatori, decisori pubblici e cittadini a discuterne insieme in queste pagine perché raccontino in diretta come e cosa fanno.