Commento di Savino Balzano, direttore de "La Locomotiva", di Perugia
Prima di entrare nel merito del Ddl che si pone come obbiettivo quello di riformare il sistema universitario del nostro paese, credo sia necessario, e probabilmente più interessante, cercare di mettere in luce il fatto che esso si ponga solo (si fa per dire) come atto conclusivo di un “progetto”, elaborato negli anni, e che, probabilmente, vede come capitolo più rilevante quello scritto l’autunno scorso.
Prima di tutto, in risposta alle azzardate posizioni (di alcune associazioni universitarie, studentesche per giunta) espresse in passato, si può affermare, apoditticamente, che la l.133 non era assolutamente considerabile come un intervento riformatore delle nostre università. Era, piuttosto, un taglio trasversale ed indiscriminato che ha cominciato a mettere in ginocchio gli atenei del paese e il cui effetto si protrae per i cinque anni successivi all’entrata in vigore con un incremento esponenziale di tale taglio. La manovra economica volta a ridurre il finanziamento delle università è tanto stringente da non essere assolutamente sostenibile.
Ricordo quando durante la riunione degli “stati generali” presso il Rettorato (a Perugia, ndr), l’anno scorso, si imbastiva una discussione riferita alla 133 e si mettevano in luce gli ipotetici errori valutativi dell’esecutivo nel predisporre l’intervento: si sosteneva infatti, che la legge non avrebbe affatto condotto al raggiungimento degli obiettivi tanto decantati in quanto le università venivano indebolite, veniva messo un freno alla meritocrazia tra strutture, si colpiva a morte la ricerca e l’innovazione italiana, bla bla bla. Chiesi la parola e intervenni dicendo che la discussione in essere non aveva alcun senso perché tali valutazioni il governo le aveva ben a mente: sostenni che i nostri governanti erano assolutamente consapevoli del fatto che un taglio indiscriminato alla ricerca, in un momento di contrazione economica, poteva rappresentare una sciagura, che – tra l’altro – si poneva in contrasto con la logica manageriale che il ministro tanto auspicava, etc. La 133, infatti, era un provvedimento volto a smantellare l’università e non a riformarla, assai più semplicemente. Rappresentava un atto con una ratio spinta dalla mancanza di fiducia nei confronti dell’università stessa, del ruolo di rilevanza pubblica e sociale che essa dovrebbe invece ricoprire. La 133, insomma, non era affatto una riforma, era un attacco frontale all’alta formazione (pubblica) del nostro paese.
Posta questa premessa, il passaggio successivo è obbligatoriamente questo: perché nessuno reagì? Ci furono proteste, sissignore, ma quasi tutte provenienti dal mondo universitario stesso (docenti, studenti, personale tecnico amministrativo, precari), nessuna solidarietà di una certa rilevanza dalle altre componenti della società civile italiana. Effettivamente è curioso: insomma, stiamo parlando dell’università, l’istituzione che dovrebbe avere un ruolo quantomeno riconosciuto nella vita di un ordinamento, eppure nessuno sembrò interessarsi particolarmente ad un provvedimento che, de facto, sta dissanguando il sistema. La risposta, l’unica che mi venne in mente, è che l’immobilismo e la mancanza di reazioni vincolari erano dovuti ad un precedente “lavaggio del cervello”. Una potentissima campagna d’informazione deviata e deviante (trasversale alle forze politiche, benché sono comunque ravvisabili differenze tra i due schieramenti) volta a rendere all’università italiana un’immagine assolutamente impopolare. La logica era pressappoco questa: “il pubblico rappresenta l’inefficienza assoluta - sacca di sprechi, raccomandati e fannulloni -, ma c’è un luogo in cui tutto questo mal costume si incrementa: le università!”. Populismo puro, quel “fiume carsico” (per usare una metafora di Eugenio Scalfari) che ogni tanto viene fuori e che nel nostro paese è molto più importante che in altri; lo stesso populismo a cui il governo fa ricorso per fare i suoi porci comodi in tema di giustizia (ci dicono che i giudici non hanno voglia di lavorare) ed è identico a quello impiegato per giustificare la politica, semi-nazista, che la Lega Nord tanto reclama in tema di immigrazione.
Mi sembra chiaro, ma ci manca ancora di collocare questo “benedetto” (si fa per dire, acora) DDL, seguendo questa tanto intellegibile quanto drammatica e sconcertante sequenza, e, soprattutto, cercando di metterlo in una qualche relazione con la 133 ed il populismo (i due elementi succitati).
Questa si che è una riforma, eccome! Prevede un incremento rilevante dei poteri dei Rettori; relega ad un ruolo praticamente consultivo il Senato Accademico; attribuisce al Consiglio di Amministrazione poteri estesissimi in materia economica, ma non solo, anche sulla didattica e sulla ricerca; abolirebbe le Facoltà, o quantomeno la loro necessaria previsione, rilanciando il ruolo dei Dipartimenti; introduce logiche aziendaliste davvero penetranti, basti pensare alle componenti, necessariamente esterne all’ateneo, previste cogentemente (con una percentuale non inferiore al circa 40%) per il CdA, oppure all’introduzione del Direttore Generale (da sostituire al Direttore Amministrativo: le rivoluzioni si fanno con le parole!); alla conseguente verticizzazione delle politiche di governo degli atenei e, quindi, mortificazione del ruolo della rappresentanza studentesca, etc. Ovviamente, trattandosi di un disegno di legge, tutto è ancora in divenire, ma è possibile rinvenire un tertium comparationis, se lo si mette in relazione ad altri progetti (si pensi a quelli presentati dall’ On. Valditara) oppure alle linee guida per la riforma della governance di ateneo presentate l’estate scorsa dal Ministro Gelmini o, ancora, alla nota ministeriale del 4 settembre scorso. L’elemento comune è, appunto, la logica imprenditoriale da inculcare con violenza negli atenei italiani, ormai ridotti allo stremo.
Si badi, sono troppi gli elementi che inducono a tale conclusione: da anni, ormai, la campagna populista viene scagliata con manifesta dirompenza contro il mondo universitario di questo paese e questo produce un profondo senso di solitudine da parte degli atenei. Essi, in pratica, sono impopolari e visti con occhio torvo dalla gente. A questo, pur tuttavia, avrebbero potuto comunque rimediare con il ricorso alla loro autonomia, ma non esiste autonomia funzionale se v’è dipendenza economica: è come se dicessimo ad un pilota di salire in auto e di andare dove preferisce, ma senza carburante. La sua autonomia di scelta della meta sarebbe solo formale, perché sostanzialmente non potrebbe far altro che supplicare, elemosinare e dipendere da colui il quale dispone della tanica di benzina e, pur di averla, magari, sarebbe disposto ad accettare un compromesso.
Ed ecco che gli incubi divengono realtà e gli spettri che all’orizzonte si mostravano l’autunno scorso si stanno mestamente presentando a noi: come reagiremo? dove trovare la forza di resistere e combattere, ora, che siamo soli e senza risorse?




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