Giornali universitari

di Antonio Larizza

Alla ricerca del filo rosso che lega populismo e riforma

Commento di Savino Balzano, direttore de "La Locomotiva", di Perugia

Prima di entrare nel merito del Ddl che si pone come obbiettivo quello di riformare il sistema universitario del nostro paese, credo sia necessario, e probabilmente più interessante, cercare di mettere in luce il fatto che esso si ponga solo (si fa per dire) come atto conclusivo di un “progetto”, elaborato negli anni, e che, probabilmente, vede come capitolo più rilevante quello scritto l’autunno scorso.
Prima di tutto, in risposta alle azzardate posizioni (di alcune associazioni universitarie, studentesche per giunta) espresse in passato, si può affermare, apoditticamente, che la l.133 non era assolutamente considerabile come un intervento riformatore delle nostre università. Era, piuttosto, un taglio trasversale ed indiscriminato che ha cominciato a mettere in ginocchio gli atenei del paese e il cui effetto si protrae per i cinque anni successivi all’entrata in vigore con un incremento esponenziale di tale taglio. La manovra economica volta a ridurre il finanziamento delle università è tanto stringente da non essere assolutamente sostenibile.
Ricordo quando durante la riunione degli “stati generali” presso il Rettorato (a Perugia, ndr), l’anno scorso, si imbastiva una discussione riferita alla 133 e si mettevano in luce gli ipotetici errori valutativi dell’esecutivo nel predisporre l’intervento: si sosteneva infatti, che la legge non avrebbe affatto condotto al raggiungimento degli obiettivi tanto decantati in quanto le università venivano indebolite, veniva messo un freno alla meritocrazia tra strutture, si colpiva a morte la ricerca e l’innovazione italiana, bla bla bla. Chiesi la parola e intervenni dicendo che la discussione in essere non aveva alcun senso perché tali valutazioni il governo le aveva ben a mente: sostenni che i nostri governanti erano assolutamente consapevoli del fatto che un taglio indiscriminato alla ricerca, in un momento di contrazione economica, poteva rappresentare una sciagura, che – tra l’altro – si poneva in contrasto con la logica manageriale che il ministro tanto auspicava, etc. La 133, infatti, era un provvedimento volto a smantellare l’università e non a riformarla, assai più semplicemente. Rappresentava un atto con una ratio spinta dalla mancanza di fiducia nei confronti dell’università stessa, del ruolo di rilevanza pubblica e sociale che essa dovrebbe invece ricoprire. La 133, insomma, non era affatto una riforma, era un attacco frontale all’alta formazione (pubblica) del nostro paese.
Posta questa premessa, il passaggio successivo è obbligatoriamente questo: perché nessuno reagì? Ci furono proteste, sissignore, ma quasi tutte provenienti dal mondo universitario stesso (docenti, studenti, personale tecnico amministrativo, precari), nessuna solidarietà di una certa rilevanza dalle altre componenti della società civile italiana. Effettivamente è curioso: insomma, stiamo parlando dell’università, l’istituzione che dovrebbe avere un ruolo quantomeno riconosciuto nella vita di un ordinamento, eppure nessuno sembrò interessarsi particolarmente ad un provvedimento che, de facto, sta dissanguando il sistema. La risposta, l’unica che mi venne in mente, è che l’immobilismo e la mancanza di reazioni vincolari erano dovuti ad un precedente “lavaggio del cervello”. Una potentissima campagna d’informazione deviata e deviante (trasversale alle forze  politiche, benché sono comunque  ravvisabili differenze tra i due schieramenti) volta a rendere all’università italiana un’immagine assolutamente impopolare. La logica era pressappoco questa: “il pubblico rappresenta l’inefficienza assoluta - sacca di sprechi, raccomandati e fannulloni -, ma c’è un luogo in cui tutto questo mal costume si incrementa: le università!”. Populismo puro, quel “fiume carsico” (per usare una metafora di Eugenio Scalfari) che ogni tanto viene fuori e che nel nostro paese è molto più importante che in altri; lo stesso populismo a cui il governo fa ricorso per fare i suoi porci comodi in tema di giustizia (ci dicono che i giudici non hanno voglia di lavorare) ed è identico a quello impiegato per giustificare la politica, semi-nazista, che la Lega Nord tanto reclama in tema di immigrazione.
Mi sembra chiaro, ma ci manca ancora di collocare questo “benedetto” (si fa per dire, acora) DDL, seguendo questa tanto intellegibile quanto drammatica e sconcertante sequenza, e, soprattutto, cercando di metterlo in una qualche relazione con la 133 ed il populismo (i due elementi succitati).
Questa si che è una riforma, eccome! Prevede un incremento rilevante dei poteri dei Rettori; relega ad un ruolo praticamente consultivo il Senato Accademico; attribuisce al Consiglio di Amministrazione poteri estesissimi in materia economica, ma non solo, anche sulla didattica e sulla ricerca; abolirebbe le Facoltà, o quantomeno la loro necessaria previsione, rilanciando il ruolo dei Dipartimenti; introduce logiche aziendaliste davvero penetranti, basti pensare alle componenti, necessariamente esterne all’ateneo, previste cogentemente (con una percentuale non inferiore al circa 40%) per il CdA, oppure all’introduzione del Direttore Generale (da sostituire al Direttore Amministrativo: le rivoluzioni si fanno con le parole!); alla conseguente verticizzazione delle politiche di governo degli atenei e, quindi, mortificazione del ruolo della rappresentanza studentesca, etc. Ovviamente, trattandosi di un disegno di legge, tutto è ancora in divenire, ma è possibile rinvenire un tertium comparationis, se lo si mette in relazione ad altri progetti (si pensi a quelli presentati dall’ On. Valditara) oppure alle linee guida per la riforma della governance di ateneo presentate l’estate scorsa dal Ministro Gelmini o, ancora, alla nota ministeriale del 4 settembre scorso. L’elemento comune è, appunto, la logica imprenditoriale da inculcare con violenza negli atenei italiani, ormai ridotti allo stremo.
Si badi, sono troppi gli elementi che inducono a tale conclusione: da anni, ormai, la campagna populista viene scagliata con manifesta dirompenza contro il mondo universitario di questo paese e questo produce un profondo senso di solitudine da parte degli atenei. Essi, in pratica, sono impopolari e visti con occhio torvo dalla gente. A questo, pur tuttavia, avrebbero potuto comunque rimediare con il ricorso alla loro autonomia, ma non esiste autonomia funzionale se v’è dipendenza economica: è come se dicessimo ad un pilota di salire in auto e di andare dove preferisce, ma senza carburante. La sua autonomia di scelta della meta sarebbe solo formale, perché sostanzialmente non potrebbe far altro che supplicare, elemosinare e dipendere da colui il quale dispone della tanica di benzina e, pur di averla, magari, sarebbe disposto ad accettare un  compromesso.
Ed ecco che gli incubi divengono realtà e gli spettri che all’orizzonte si mostravano l’autunno scorso si stanno mestamente presentando a noi: come reagiremo? dove trovare la forza di resistere e combattere, ora, che siamo soli e senza risorse?

Andrea Giambartolomei
dreand

Senza oneri aggiuntivi

Senza oneri aggiuntivi Come riformare l’università a discapito degli studenti.

 

di Elisa Brighi, il Tascapane (Ferrara)

Trasparenza, meritocrazia: ecco le parole-chiave di questo nuovo disegno di legge. Il DDL in questione andrà a riformare il sistema universitario italiano, dal punto di vista organizzazione amministrativa, di responabilità, di rappresentanza e di stanziamento di fondi a chi risponderà nel migliore dei modi a questi cambiament. Tutto ciò appare tutt’altro che trasparente e meritocratico. Come si possa riformare completamente l’intera struttura dell’Ateneo senza stanziare fondi, ma addirittura riducendoli, rimane ai più un dilemma oscuro, soprattutto se ad essere eliminati sono degli organi che normalmente non prevedono spese.

Trasformazioni esorbitanti si riscontrano nelle figure del Rettore, del Senato Accademico e del Consiglio d’Amministrazione, che vengono enormemente stravolte.

Il Rettore, che non avrà la possibilità di rimanere in carica per più di due mandati per un totale di 8 anni, avrà però in mano sua più potere decisionale di quanto ne abbia ora, una sorta di monarca assoluto o quasi. La necessità di non lasciare a lui la poltrona da capo d’Ateneo per troppo tempo è voluta proprio dal fatto di eliminare una volta per tutte il problema del “baronaggio”, ma investendo una persona di così tanto potere, non si rischierà di sortire l’effetto contrario?

Il Senato Accademico oggi invece è un organo decisionale e di approvazione (come la soppressione o l’istituzione di corsi di studio e di facoltà), inoltre indica al Consiglio di Amministrazione le linee di orientamento per la destinazione della spesa e come devono essere ripartite le risorse finanziare tra le varie strutture dell’Ateneo. Col decreto diverrà una mera istituzione consultiva, alla quale spetterà solo formulare proposte in materia di didattica e ricerca, mentre il tutto verrà gestito dal Consiglio di Amministrazione, il quale sarà costituito da un massimo di 11 membri. A comporre quest’organo saranno il Rettore, un rappresentante degli studenti e almeno il 40 % dei partecipanti non deve avere ruoli all’interno dell’Ateneo da almeno tre anni. In questa maniera si fa in modo che a gestire la politica dell’università siano soprattutto enti privati, estranei al mondo accademico, che potrebbero manovrare e dirottare i fondi verso quelle ricerche più remunerative a livello economico, tralasciando ambiti considerati meno convenienti.

E il Consiglio degli Studenti ha voce in capitolo? Il DDL non lo cita. Rimane, scompare o sarà l’Ateneo stesso a scegliere? Libera interpretazione della “trasparenza”. Beh forse meglio eliminarlo definitivamente, in seguito all’approvazione per l’aumento delle tasse universitarie nell’Ateneo ferrarese…

Altra novità che turberà il sistema, sarà il passaggio da facoltà a dipartimenti, i quali si troveranno a gestire non più solo le strutture e la ricerca, ma anche la didattica dei vari corsi di laurea.

E per concludere in bellezza, parlando di “meritocrazia”, non si può non citare il Fondo speciale per merito, finalizzato a promuovere l’eccellenza e il merito tra gli studenti mediante prove nazionali standard. Non si tratta di borse di studio erogate in base a reddito o alle capacità dello studente, ma di prestiti d’onore che dovranno essere restituiti con i dovuti interessi. Dove vanno a finire i “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, i quali hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Chi vivrà, vedrà.

E chiaramente, tutto questo senza oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica.

Andrea Giambartolomei
dreand

Esse3, ovvero l'Università accessibile.

 Università è sinonimo di innovazione. Almeno sulla carta.

di Alberto Bianchi, Inchiostro

Esse3 è il nome del nuovo programma per gestire le nostre carriere di studenti durante la nostra permanenza nella ridente Pavia.  Il sistema, che dovrebbe permettere una gestione globale di tutto ciò che riguarda l'ambiente universitario, avrà alcuni interessanti risvolti pratici che ci consentiranno di affrontare meglio cavilli burocratici di vario tipo.

Non dovremo più lottare con le maledette macchinette blu per ottenere uno statino, stampandocelo direttamente da casa. E un giorno potremo anche buttare i libretti, iscriverci a corsi ed esami con un semplice click e svolgere una serie di operazioni che prima ci sembravano infinitamente lunghe, un po' come le code in segreteria. Inoltre potremo iscriverci  ad esami di stato, gestire il nostro piano di studi, presentare domanda di laurea e così via. Un giorno tutto ciò sarà possibile. Ma, per ora, dovremo accontentarci di un periodo di assestamento che richiederà una pazienza superiore alla norma.

I primi problemi - Le povere matricole che si sono iscritte al nostro Ateneo durante l'estate ne hanno già avuta prova. Esse3 doveva permettere loro di superare senza patemi la prima barriera verso l'Università. Ma qualcosa è andato storto nel sistema: procedure non previste dal programma, come quella per richiedere i benefici forniti dall'EDiSU (mense, collegi, etc.) hanno causato problemi piuttosto noiosi. In aggiunta, la riforma degli ordinamenti didattici entrata in vigore quest'anno, l'introduzione dell'ormai famoso numero chiuso "chi primo arriva meglio alloggia" del corso interfacoltà in Comunicazione e altre invenzioni brillanti di questo tipo hanno rallentato i vari processi. Ma questa è tutta un'altra storia.

L'introduzione di Esse3 sta creando alcuni problemi anche alla normale attività amministrativa. Le segreterie studenti, in questi ultimi mesi, si sono trovate in seria difficoltà, le code si sono moltiplicate e allungate, le attese dilatate. Servirà una buona dose di resistenza psico-fisica durante l'intero anno accademico: il sistema, infatti, ha bisogno di un lungo periodo per poter entrare in funzione nel pieno delle sue potenzialità.

Le cause - L'ingegner Flavio Ferlini, responsabile dell'Area Servizi Informativi del nostro Ateneo per l'implementazione di Esse3, così sintetizza l’attuale situazione: «Poiché Esse3 è stato concepito in termini "industriali" per un utilizzo il più flessibile possibile da parte di tanti Atenei differenti fa ampio uso di parametrizzazioni che devono essere opportunamente configurate. Le criticità talvolta rilevate sono in larga misura derivate dal doversi cimentare per la prima volta con un prodotto nuovo e, in alcuni casi, dalla necessità di dover trattare casi che apparentemente sono tipici di Pavia. Tutte queste eccezioni sono state affrontate e, di volta in volta, direttamente risolte oppure "aggirate" con modalità operative alternative in attesa di nuove versioni del software che le implementino nativamente».

Insomma, la responsabilità dei disagi non è imputabile al personale dell'Ateneo ma piuttosto al sistema in sé. Del resto si tratta di un programma elaborato da una sola azienda, tra l'altro dipendente dall'amministrazione pubblica. E un monopolio, si sa, non incide in modo particolarmente significativo sul rapido miglioramento del prodotto. Invece, quello che sembra mancare nel nostro Ateneo, è una maggiore trasparenza nella comunicazione di informazioni riguardanti il nuovo sistema: quanti di voi ne conoscevano l'esistenza prima di leggere questo articolo? Quanti ne conoscono le effettive tempistiche di implementazione, i suoi costi e le sue modalità di funzionamento? Il box a lato può aiutare a sciogliere qualche dubbio, anche se non è sufficiente a chiarire la totalità dei quesiti.

Nel frattempo accontentiamoci: a partire dalla fine di ottobre, salvo ritardi, potremo iniziare a stampare i certificati dal nostro computer. Questo significa che, finalmente, non dovremo più correre in segreteria prima di sostenere un esame per recuperare il prezioso statino...


Pillole su Esse3

Esse3 è un programma elaborato da CINECA, consorzio interuniversitario di 37 Atenei che si occupa di  implementare l'innovazione dei sistemi informatici. Il consorzio dipende direttamente dal Ministero dell'Università e della Ricerca.


L'Università di Pavia, per l’utilizzo del sistema, spende circa 170 mila euro all’anno;
La migrazione dal vecchio sistema ad Esse3 è avvenuta in nove mesi (il tempo medio per altri Atenei è  stato 18 mesi).

Breve cronologia dei servizi che verranno introdotti nei prossimi mesi:
  - Certificazioni (statini e altri documenti) - entro ottobre/inizio novembre 2009;
  - Prenotazione appelli e valutazione docenti-  sperimentazione presso il corso interfacoltà CIM a partire dal prossimo trimestre;
  - Piani di studio - entro la fine del 2009;
  - Verbalizzazione on-line esami - sperimentazione presso la Facoltà di Economia a partire da febbraio 2010;
 

Un altro strumento interessante, per il quale si dovrà pazientare ancora qualche mese è  l'introduzione del software open-source Moodle, per creare web community e di fatto pubblicare il materiale di ogni corso on-line.

Andrea Giambartolomei
dreand

DeScritto:Quando la cultura è futuro

DeScritto è l’edizione zero del festival dell’editoria indipendente. Organizzato dalla casa editrice Villaggio Maori, sarà un’occasione per parlare di libertà di stampa, ambiente, antimafia e molto altro. Di Carmen Valisano, Step1

La cultura è Futuro? Dite la vostra su Step1!

Si definiscono un «manipolo di trentenni» e scandiscono a voce alta uno slogan che – con l’anima disincantata di chi vive in un Paese come il nostro – può sembrare ardito. Il loro “motto” è: la cultura è futuro. Sono i giovani della casa editrice Villaggio Maori, gli organizzatori di DeScritto, «l’edizione zero» del festival dell’editoria indipendente che si terrà a Catania dal 5 al 7 novembre.

«Un’occasione da vivere “di persona” per sviscerare assieme forti questioni, da rilanciare nuovamente su un orizzonte che sembra aver dismesso dal proprio linguaggio – e quindi dalla mentalità – concetti necessari e fondanti come “cultura” e “futuro”» dichiarano gli organizzatori.

I temi che saranno trattati sono quelli che riempiono quasi ogni giorno i quotidiani, ma che raramente creano momenti di discussione costruttiva. «Un festival per riprenderci la meravigliosa Italia, pungolandola dai nervi più scoperti: i tagli alla Cultura e all’Istruzione, l’antimafia e la difesa dell’ambiente, il multiculturalismo e la libertà di stampa».

Tre giorni da vivere intensamente all’interno dell’ex Monastero dei Benedettini e dei suoi chiostri che, dopo tre lunghi anni, saranno riaperti al pubblico. Uno spazio per gli editori indipendenti, un caffè letterario, incontri e infine un happening saranno il fulcro di tutta la manifestazione.  

È domani è il titolo di una performance la cui sceneggiatura sarà scritta da chi vorrà rispondere alla domanda «la cultura è futuro?». In 140 caratteri fino a domenica 25, chi compilerà il form – dopo aver letto il manifesto di Descritto – potrà spiegare come e perché due concetti complessi come questi (e spesso così distanti) possano coesistere, vivere in simbiosi e creare un paese migliore.

A dare vita all’evento sarà l’attrice Lella Costa, in uno spettacolo che comprenderà anche fumetti e musica dal vivo. Tra i “complici” (così si sono definiti) di DeScritto che hanno sottoscritto il manifesto vi sono il compositore Mauro Pagani, il magistrato-scrittore Giancarlo De Cataldo, lo scrittore Umberto Fiori e Nando Dalla Chiesa. Per aggiungersi a loro bastano 140 caratteri, una misura a cui oggi siamo tutti abituati (un sms, un messaggio su twitter).

La cultura è futuro? Dite la vostra.
Andrea Giambartolomei
dreand

Un anno di Tascapane

Un anno fa usciva il primo numero de "il Tascapane", mensile dell'ateneo di Ferrara.

Edoardo Rosso, nel ricordarlo, dà un'idea dell'evoluzione:

Oggi sono 32 pagine, un sito, oltre 600 fans su Facebook, un canale YouTube, decine di collaboratori e sostenitori ferraresi e non, videoblog da Cina, Usa, Olanda e Brasile, una redazione sportiva che segue Spal e Carife...

 

Andrea Giambartolomei
dreand

La scienza chiama, il diritto risponde

Futuri avvocati a lezione di biodiritto

Di Raffaele Palumbo, Stefania R. Sansone, Alessandro Gammaldi

È brevettabile la protesi di un dito? E l’identificazione di una sequenza di DNA che codifichi una determinata proteina e consenta di produrla, purificata, in quantità industriali e a costi accessibili? Sono queste solo alcune delle nuove domande che la società di oggi, connotata da un forte sviluppo tecnologico, fa al diritto. E ancora di eutanasia, testamento biologico, clonazione terapeutica, fecondazione medicalmente assistita. Sono interrogativi spinosi, che non “si accontentano” di coinvolgere “solo” l’etica, la morale, la filosofia, la libertà di coscienza, per alcuni la fede, ma anche e soprattutto il diritto.

Diritto e Scienza: un binomio che pone nuove sfide che l’Ateneo ferrarese raccoglie e fa proprie proponendo alle matricole della Facoltà di Giurisprudenza un percorso formativo parallelo ai tradizionali corsi. Nasce così  la Scuola ferrarese di Diritto: “Essa incarna la volontà di fare di Ferrara un polo di richiamo per studenti di tutta Italia e, con la loro integrazione, rendere la già ricca vita culturale della città ulteriormente propulsiva”, afferma l’ideatore della SfD, l’autorevole costituzionalista prof. Roberto Bin, che da cinque anni si occupa della gestione interna e coordina gli iscritti nelle attività da loro condotte.

Gli studenti, ammessi alla scuola previo superamento di un test, sono seguiti da un tutor che li segue nel percorso di studi. Ai ragazzi è richiesto un alto standard di rendimento e la partecipazione attiva alle iniziative promosse dalla facoltà. Allo studente della Scuola ferrarese di Diritto viene chiesta la partecipazione attiva, oltre che ai corsi previsti dal piano di studi, a diversi seminari di approfondimento. A partire dal terzo anno i ragazzi sono chiamati a produrre degli elaborati di ricerca sui temi inerenti proprio il rapporto Diritto-Scienza.

L'ultimo ciclo di seminari proposto agli studenti della SfD ha affrontato le tematiche relative al Biodiritto; ripartendo dal dato normativo e sempre tenendo presente il metodo di analisi scientifico, la trattazione è stata improntata agli spinosi problemi bioetici nell’ordinamento italiano e ai recentissimi risvolti costituzionali relativi alla legge 40/2004.

A reggere il bandolo della matassa due illustri relatori: il costituzionalista prof. Paolo Veronesi (Associato Università di Ferrara) e il comparatista prof. Carlo Casonato (Ordinario Università di Trento). Chiuderà il ciclo di lezioni il genetista prof. Gambari (docente presso il Dipartimento di Biochimica e Biologia Molecolare dell’Università di Ferrara).

A ribadire l’attualità del dibattito ha concorso la contemporanea pubblicazione della sentenza 151 della Corte Costituzionale, che ha ridisegnato parte dell’assetto della disciplina legislativa sulla procreazione medicalmente assistita (PMA), aprendo ad un nuovo interessante scenario al diritto.

Ma la SfD non è solo questo. Lo spirito della scuola è ampiamente sviluppato anche sul profilo umano: l’ambiente universitario, benché nuovo e, quindi, sconosciuto alle matricole, si rivela molto accogliente e piacevole grazie soprattutto al rapporto solidale che gli studenti “senior” instaurano con i più giovani.

Da questa organizzazione così compatta stanno nascendo delle iniziative volte a valorizzare la figura dello studente. Tra queste si segnala la redazione del sito web, attraverso il quale per i potenziali neo-iscritti sarà possibile contattare direttamente i futuri colleghi, reperendo così tutte le informazioni utili sulla sistemazione, sul percorso di studi e sulla scuola in generale.
Andrea Giambartolomei
dreand

Step1, secondo miglior blog al Premio Ischia

 

Si è conclusa la XXX edizione del premio "Ischia" per il giornalismo e, per la prima volta, sono stati premiati anche i blog. Il riconoscimento è andato a "Voglio Scendere", il blog di Marco Travaglio, Peter Gomez e Pino Corrias, mentre subito dietro si è piazzato il giornale on-line degli studenti catanesi, "Step1", che partecipa al progetto NòvaLab, e da cui è stato ripreso l'articolo qui sotto.

 

Secondo posto per Step1 nella sezione “blog” del “XXX premio internazionale Ischia di giornalismo”. La giuria dei lettori, attraverso un sondaggio online, ha scelto tra dieci esperienze italiane di informazione online collocando il nostro magazine immediatamente dopo il blog “Voglio Scendere” di Travaglio, Gomez e Corrias, e prima di siti conosciuti in tutta Italia come Dagospia, Giornalettismo, Punto informatico e molti altri.

A determinare l’eccellente piazzamento di Step1 i servizi che, un anno fa, smontarono la bufala – data per vera perfino dai più autorevoli quotidiani nazionali – secondo cui, davanti al supermercato Auchan di Catania, due giovani Rom avevano cercato di rapire una bambina. Un’accusa che rientrava in un clima di psicosi collettiva e veniva pochi giorni dopo i pogrom di Ponticelli contro i campi nomadi. In particolare, l’articolo premiato è stato “Storia di bimbi o di monetine?” di Claudia Campese e Salvo Catalano. Ma va ricordato tutto il lavoro di indagine e di approfondimento sul caso Auchan, cui ha contribuito l’intera squadra di Step1 (in particolare Gianluca Nicotra e Carmen Valisano).
 
Il lavoro di Step1 sul caso Auchan – opera come sempre di studenti universitari coordinati da alcuni docenti e giornalisti – aveva già ricevuto autorevoli riconoscimenti. Su “Internazionale” il professor John Foot (University college di Londra) aveva definito il nostro lavoro «una prova di serio giornalismo investigativo» . E il professor Franco Abruzzo (storico ex presidente dell’Ordine dei giornalisti lombardo ed esperto del mestiere di giornalista e delle sue regole) aveva sostenuto la nostra candidatura al premio Ischia scrivendo tra l’altro: «ciò che rende interessante questa candidatura è la natura di Step1, periodico online attivato all’interno dei laboratori giornalistici dell'università di Catania, scritto da studenti o ex studenti affiancati da due tutor professionisti. L'aggiornamento del sito, quotidiano, è in mano ai ragazzi. La pubblicazione online non è per forza un limite ma può essere una risorsa, anche per la sua apertura alla multimedialità . Ma a condizione che si tenga presente che le notizie vanno sempre verificate. Andando sul posto». Ieri la notizia della medaglia d’argento. Che per noi non è tanto un premio per quel che è stato fatto, quanto uno stimolo a fare meglio da oggi in poi. Sperando che, da oggi in poi, ci sia qualcuno in più a credere a questo progetto.

Andrea Giambartolomei
dreand

"A riecchece! E alla fine tocca sempre a noi…

di Savino Balzano, direttore de “La Locomotiva”, Perugia

Che ci fossero problemi finanziari nel nostro Ateneo non era un mistero, dopotutto gli studenti sono stati i primi a denunciare con grandissima forza i tagli disposti dal Governo nell’autunno scorso, ma non solo: ritengo ci si trovasse dinanzi ad una protesta “istituzionale”, e non meramente “politica”, in quanto avrebbe visto coinvolta, nella crisi che ci avrebbe atteso, non solo la componente studentesca bensì la totalità del mondo universitario nazionale. Ad ogni modo, nonostante tanta condivisione nella resistenza ai tagli, curiosamente sembra che solo gli studenti debbano pagarne le conseguenze.

Quando, l’anno scorso, venne approvato l’aumento medio di settanta euro l’anno per i successivi tre anni della tassazione universitaria (“medio” perché, grazie alla riforma fortemente voluta dalla Sinistra Universitaria in Consiglio di Amministrazione, tale aumento è ricaduto sulla componente più abbiente della popolazione studentesca, determinando, addirittura, una diminuzione della tassazione per gli studenti con minor mezzi), venne promesso che tali “investimenti” sarebbero stati destinati all’aumento delle borse per le c.d. “150 ore” (part time) e a fornire l’Ateneo di avanzati supporti tecnologici (rete wireless e e-mail per ogni studente del tipo “studente@unipg.it”). In realtà, le borse in questione affermano di volerle ridurre di oltre il 60% dall’anno prossimo e l’apporto delle tecnologie “futuristiche” (ovviamente ironico) non può certo dirsi completato. In poche parole, gli studenti hanno fatto un “regalo” alle istituzioni dell’Università: è così che si dice quando si da qualcosa senza ricevere nulla in cambio (senza considerare che, se qualcosa viene promesso e a tale promessa non si da seguito, si potrebbe serenamente parlare di “truffa” o di “furto”. Eduardo de Filippo, in Ditegli sempre di sì,ricorre spesso all’espressione: “se c’è la parola, perché non la dobbiamo usare?”). E dire che tali contropartite risultano già finanziate perché il primo anno di aumento (medio, appunto, nel senso di cui sopra) l’abbiamo già scontato.

Fosse solo questo, sarebbe “fesseria”, nel senso che la si potrebbe pensare come una prova di responsabilità (l’ennesima!) da parte degli studenti che, coscienti del fatto che quando è carestia lo è per tutti, decidono di dare una mano. Il problema è che c’è dell’altro: in Commissione Risorse è stata avanzata una proposta davvero sconcertante, ossia quella di introdurre una “Tassa di Facoltà” dell’importo pari a cinquanta euro per le Facoltà umanistiche e cento per le scientifiche. Ora, benché la ratio sia che questi soldi potrebbero essere investiti nella creazione o nel potenziamento di laboratori e strutture esistenti, rimane inaccettabile perché non si può chiedere uno sforzo del genere agli studenti. L’art. 34 della Costituzione rende universale il diritto all’istruzione ed è per questo che all’art. 5 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 306 del 1997 si legge che “la contribuzione studentesca non può eccedere il 20 per cento dell’importo del finanziamento ordinario annuale dello Stato”. È disposto in tal senso perché quella studentesca è “contribuzione”, appunto, proprio perché l’istruzione è un diritto a tutti garantito dalla Costituzione e per il quale non si può certo richiedere un pagamento di una quota superiore dei costi di gestione. Invece, la c.d. “Tassa di Facoltà”, essendo decentrata rispetto alla tassazione centrale di Ateneo, non sarebbe conteggiata nel limite del 20%: questo, a casa mia, si chiama raggiro della legge e, almeno a parere di chi scrive, risulta vergognoso.

La proposta a subito delle modifiche: il Senato il 7 e l’11 maggio si è riunito e - a seguito di forti pressioni giunte dai rappresentanti degli studenti dentro e fuori i consessi - non ha deliberato in merito; il Consiglio degli Studenti ha approvato una mozione presentata dalla Sinistra Universitaria che condanna l’idea, anche se Alleanza Universitaria ha deciso di astenersi e di non prendere le distanze dalla proposta di istituire una tassa che, de facto, rappresenta un’antinomia rispetto al principio di origine costituzionale; anche in Commissione Tasse il rappresentante di Alleanza Universitaria non si è mostrato scettico rispetto all’idea, a differenza della forte opposizione manifestata, anche in questa sede, dal rappresentante della Sinistra Universitaria – UDU.

Le prospettive non sono affatto ben definite, anche se il clima non è dei migliori. Quello che, agli occhi di qualsiasi osservatore, appare davvero sconcertante è vedere come si cerchi di far ricadere il peso delle conseguenze della politica scellerata intrapresa dagli ultimi Governi in tema di università, proprio su quelli che più di tutti l’hanno combattuta: gli studenti. L’anno prossimo questi pagheranno anche una tassa di dieci euro per finanziare il CLA (Centro Linguistico di Ateneo), ma quanto ancora si può chiedere agli studenti, senza che prima siano gli stessi docenti a dar prova di senso delle istituzioni? Ci si chiede, ad esempio, perché le tasse aumentino, i finanziamenti alle borse di studio per il part time diminuiscano, le promesse di fornitura di ulteriori supporti tecnologici non vengano mantenute, ma le indennità dei Presidi di Facoltà risultino sempre le stesse: è davvero curioso.

Bisogna, una volta per tutte, chiarire che gli studenti godono di un loro diritto, sono utenti di un servizio che lo Stato garantisce loro. Gli studenti non sono dei clienti e, se lo fossero (per assurdo, evidentemente), se davvero si concepisse che l’Università “venda” sapere, condizioni la conoscenza al pagamento di un “prezzo”, allora agli studenti si dovrebbe dare maggior peso: il cliente ha sempre ragione, o qui anche quest’ovvietà viene rinnegata a fronte della volontà di far scontare tutto a loro? Forse è proprio così: sono dei “cornuti e mazziati”…


Andrea Giambartolomei
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Elezione del rettore: voto a tutti gli studenti?

di Salvo Catalano, Step1

Nelle università italiane, insieme ai docenti di ruolo e al personale tecnico amministrativo, sono i rappresentanti degli studenti a recarsi alle urne per eleggere il rettore del proprio ateneo. Ma non in tutti i paesi europei funziona allo stesso modo. Diritto di voto esteso tutti gli studenti? E’ la proposta che arriva da Catania dove ad aprile si sono svolte le ultime elezioni.

A chi interessa l’elezione del rettore di un’università? Sicuramente a molti: presidi, docenti, politici, purtroppo a volte anche partiti. È un interesse legittimo: un rettore, coadiuvato dal senato accademico e dagli altri organi decisionali, ha per qualche anno il potere di dettare le linee guida dell’ateneo sia dal punto di vista didattico che economico. Perché dunque gli studenti rimangono tanto distanti e disinteressati dalla politica universitaria? Perché, provate per credere, se chiedete in giro “Come si chiama il nostro rettore?” pochi vi sapranno rispondere? Forse perché nelle università italiane gli studenti non hanno diritto di scegliere la massima carica istituzionale dell’ateneo. Infatti, insieme a tutto il corpo docente e al personale tecnico amministrativo (il cui voto viene ponderato), sono soltanto i rappresentanti degli studenti dei diversi organi a recarsi alle urne.

E se questo diritto venisse esteso a tutti gli studenti dell’ateneo? È la richiesta che un anonimo discente ha rivolto a Catania durante le ultime elezioni per il rettorato, svoltesi lo scorso 27 aprile, a due dei quattro candidati alla massima carica dell’ateneo.

Nella lettera si legge: «Quei 165 studenti (i rappresentanti degli studenti con diritto di voto) che non riuscite a contattare e che dovrebbero contribuire alle elezioni del Rettore, sono stati scelti da altri studenti attraverso sistemi squisitamente politici, simboli di partito regnano sovrani in ognuna di queste elezioni studentesche, dove a meno di sporadiche ed encomiabili eccezioni, tutto si traduce in qualche festa nei locali della città, e magari qualche cocktail/ingresso gratis a chi ha portato qualche voto. Non così in un'università spagnola che mi onoro di aver frequentato. Tutti gli studenti erano chiamati direttamente a partecipare alle elezioni del Rettore (sebbene il loro peso sul risultato finale fosse limitato al 25%, così come quello degli amministrativi)».

È il caso, ad esempio, dell’università di Granada dove tutti i voti vengono ponderati, seppur con percentuali differenti: il voto dei docenti di prima fascia (51%), quello dei ricercatori (4%), quello del personale tecnico-amministrativo (12%), ma anche quello degli studenti (25%).

Soluzione troppo rivoluzionaria per il sistema universitario italiano? Lo abbiamo chiesto ad alcuni rappresentanti degli studenti in consiglio di Facoltà. «Sarebbe una grande manifestazione di democrazia l'elezione del rettore da parte di tutti gli studenti – ci dice Luigi Valentino, consigliere della facoltà di Farmacia di Catania – ma a mio parere produrrebbe una pericolosa riduzione del potere elettorale studentesco in quanto ponderare l'attuale percentuale dei votanti in relazione all'abnorme numero degli iscritti, conferirebbe a ciascun votante una porzione di voto pari allo 0.003 su 1. Le problematiche crescono se si pensa al probabile assenteismo della maggioranza degli studenti e alla necessità di istituire contemporaneamente seggi elettorali in tutte le facoltà comprese le sedi decentrate». Titubanze che condivide anche Giampiero Gobbi, rappresentante della facoltà di Lingue: «L'idea è interessante, potrebbe essere un modo per avvicinare tutti gli studenti alla vita (anche politica) dell'Ateneo; certo, come contro ho paura che moltissimi siano oggi totalmente digiuni di politica, e quindi permeabili a qualunque tipo di pressione o di “suggerimento” esterno».

Pro e contro. La proposta di fare delle elezioni del rettore un grande esempio di democrazia diretta si scontra con mille difficoltà concrete: lo scarso interesse degli studenti, la difficile comunicazione tra questi ultimi e la carica istituzionale (in questo caso il rettore), la possibilità di venire manipolati. Ma se rovesciamo per un attimo la prospettiva, non c’è il rischio che i rappresentanti degli studenti monopolizzino e strumentalizzino la comunicazione rettore-studenti, o vengano mossi, come pedine su uno scacchiere, da interessi partitici più grandi di loro?

Si consiglia di andare in Erasmus per verificare…

Andrea Giambartolomei
dreand

Come la ricerca diventa impresa: gli spin off universitari a Ferrara

di Andrea Milan (Il Tascapane)

Dalla fine degli anni ’80 ad oggi il Prodotto Interno Lordo italiano è cresciuto meno della media dei paesi europei. Questo dimostra che, al di là della congiuntura internazionale, gli attuali problemi economici affondano le radici in anni di politiche industriali incentrate su vantaggi competitivi di costo più che di differenziazione.


Il nostro paese continua a puntare su una politica industriale superata, basata sulla produzione di beni tradizionali, destinati ad essere progressivamente sostituiti da beni prodotti in paesi che hanno costi di fabbricazione nettamente inferiori. La ricerca e l’innovazione appaiono una strada obbligata per recuperare la competitività a livello globale.


Nonostante questa consapevolezza, l’Italia non spende quanto potrebbe in ricerca e sviluppo. Se lo Stato, pressato dal debito pubblico e da problemi di bilancio, non riesce a trovare le risorse per supportare la ricerca, il tessuto imprenditoriale, costituito in buona parte da piccole e medie imprese, non è in grado di investire e di pianificare nel medio e lungo termine con risorse e competenze (know-how) adeguate. Nella maggioranza dei casi, inoltre, la ricerca universitaria non è appetibile per gli imprenditori locali, perché non è in grado di produrre beni spendibili in un contesto d’impresa in tempi sempre più rapidi. Le conoscenze acquisite in ambito accademico, inoltre, non sono condivise in misura sufficiente, limitando le possibilità di applicazione alla produzione industriale.


Alcune università hanno cominciato, da alcuni anni a questa parte, ad attuare delle strategie per trasferire sul mercato le conoscenze e le tecnologie sviluppate nell'ambito delle proprie attività di ricerca. Uno degli strumenti più interessanti è quello degli spin-off (termine inglese che indica un prodotto collaterale o derivato): si tratta di imprese che, sostenute dalla partecipazione dell’Università a diverso titolo, valorizzano la ricerca per sviluppare nuovi beni e servizi. Giovani ricercatori, in collaborazione con i docenti e grazie alla partecipazione di imprese locali, hanno la possibilità di dar vita a nuove imprese basate sul know-how, sulle licenze e i brevetti realizzati nell'ambito delle ricerche universitarie.


PharmEste, società nata come spin-off dall’Università degli Studi di Ferrara nel 2003, è l’esempio più significativo della capacità di generare nuove imprese in nuovi settori a partire dalla ricerca, e di come imprese di questo tipo possano attrarre non solo azionisti locali ma anche grandi investitori internazionali. Nel 2008, PharmEste ha concluso il suo secondo piano di finanziamento per 6 milioni di euro (dopo quello da 3.2 milioni del 2007), con l’ingresso nella compagine societaria, tra gli altri, di MP Healthcare Management (MPH) , Corporate venture del gruppo Mitsubishi Tanabe Pharma Corporation e Mitsubishi Chemical Holding Corporation. E’ la prima operazione di investimento diretto che il gruppo effettua nel nostro paese.

Oltre a PharmEste, grazie all’impegno dell’Università di Ferrara, si sono affermati sul mercato altri spin-off, soprattutto nel settore biomedico-farmaceutico (otto sui sedici attualmente partecipati). Il modello ferrarese è tra quelli che hanno avuto più successo in Italia: oltre alle agevolazioni previste dalla legge, le aziende possono usufruire della consulenza gratuita di professori di economia e giurisprudenza, messi a disposizione dall’Ateneo, e di strumenti opportunamente dedicati dalle istituzioni locali.


L’obiettivo dell’ateneo è quello di creare e consolidare un numero adeguato di spin-off, e di emanciparli progressivamente, anche cedendo le quote acquistate al momento della fondazione. In questo modo, nonostante le risorse limitate, l'Università potrà sostenere un ampio numero di progetti, dando anche la possibilità a un maggior numero di studenti e ricercatori di inserirsi nel mondo del lavoro.


Si potrebbe pensare, nel prossimo futuro, di estendere il progetto all'offerta di servizi innovativi ad alto valore aggiunto, oltre che alla produzione di beni. La possibilità di partecipazione potrebbe in questo modo essere estesa a studenti di altre facoltà, e a settori dell’economia che non usufruiscono ancora dei vantaggi della ricerca accademica.

Andrea Giambartolomei
dreand

Interformarsi: l’esempio di Medwiki

Quando internet e formazione diventano un connubio infallibile
di Danilo Chiostri – l’UniversitArea

Il titolo può suonare strano, ma non è un refuso. Interformarsi richiama al connubio di due parole molto frequenti all’interno della realtà universitaria: Internet e formazione. Infatti, alcuni studenti fiorentini della Facoltà di Medicina, sulla falsariga di ciò che è possibile fare in una copisteria – portare le sbobinature degli appunti e renderle fruibili a tutti gli studenti – hanno creato una piattaforma informatica, MedWiki, grazie alla quale è possibile, previa registrazione gratuita, scambiare file attinenti al percorso universitario tra tutti gli studenti iscritti.

Oltre ad un forum, Medwiki ospita una sezione di video-streaming e ad oggi conta più di 2mila studenti che attivamente alimentano questa piattaforma. Il “geniaccio” che ha dato vita al progetto risponde al nome di Andreas Robert Formiconi, professore associato di informatica presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Firenze. Gli studenti del corso di laurea in Medicina, così come quelli di Odontoiatria e Protesi Dentaria, riescono ad usufruire al meglio delle potenzialità di questo prezioso strumento, ma in realtà il padre fondatore dell’iniziativa – come riportato sul sito – si augura “che presto si possano coinvolgere anche studenti di altri corsi di laurea” poiché “è evidente come le finalità dell’iniziativa possono essere condivisibili in qualsiasi altra facoltà”.

Consultando questa piattaforma si riesce a comprendere come il fine ultimo di MedWiki sia quello di “facilitare la condivisione del materiale didattico, la collaborazione fra gli studenti ed anche quella fra studenti e i docenti, dal momento che sia gli uni, sia gli altri possono scaricare sul proprio computer i file memorizzati in MedWiki e possono a loro volta aggiornarli ed arricchirli introducendo documenti di qualsiasi tipo, compresi brani audio o filmati”.

La straordinarietà di questa piattaforma risiede – inoltre – nella possibilità di fornire un servizio importante per gli studenti senza che alle spalle vi sianoprogrammatori informatici, magari impiegati a tempo pieno: MedWikiè realizzato, gestito e mantenuto esclusivamente da studenti.Ragazze e ragazzi con opinioni anche molto differenti, che magari sono attivi in contesti e organizzazioni diverse, ma che riconoscono il valore universale della condivisione e lavorano insieme ad un progetto di interesse comune.
Ammirevole lo spirito con il quale il prof. Formiconi ha animato MedWiki: “Vi sono studenti che creano appunti e schemi di grande valore. Se ogni studente condivide con gli altri ciò che fa per se stesso, tutti si ritrovano un materiale che non avrebbero mai potuto realizzare da soli e che non sarebbe stato reperibile in alcun modo”. Un modo utile e corretto di utilizzare la Rete, la prova che anche con Internet si possono realizzare progetti di grande rilievo.

Andrea Giambartolomei
dreand

Studenti fuori corso: è possibile curare i malati dell’Università con la medicina delle tasse?

di Valeria Cipollone, Energie9

L'inizio di ogni carriera universitaria è sempre segnata dai buoni propositi degli studenti: frequentare regolarmente i corsi, studiare con costanza ed arrivare al traguardo della laurea rispettando i tempi previsti. Alcuni raggiungono l’obiettivo con successo, mentre altri, strada facendo, incontrano maggiori difficoltà quindi o abbandonano o si laureano in ritardo. Secondo le statistiche Istat  (le ultime disponibili online risalgono ad una indagine del 2005/06) gli abbandoni o le interruzioni di frequenza avvengono generalmente all’inizio,infatti il 19,9% degli immatricolati non si riscrive al secondo anno accademico. La situazione dei fuoricorso sembra essere piuttosto allarmante: nel 2006 bel il 66% dei 271.115 laureati ( in corsi di laurea triennale, tradizionale, a ciclo unico) ha terminato gli studi oltre il termine previsto1.

Di fronte alla questione, due proposte, diametralmente opposte, sono state avanzate: c’è chi propone di alzare le tasse universitarie agli studenti fuori corso, per incentivare uno studio efficace e nei tempi, e chi propone invece di abbassare le tasse per gli stessi. Quest’ultima proposta cerca di agevolare quella fetta di studenti ( come ad esempio gli studenti lavoratori, oppure gli studenti che pensano di avere ritmi più lenti) che potrebbe aver considerato sin dall’inizio l’idea di non laurearsi entro il termine dei tre anni ( oppure dei due, nel caso della laurea specialistica).

L’ipotesi sembra allora non essere tanto peregrina, e qualche Ateneo, come per esempio l’Università di Roma “Tor Vergata”, la sta già passando al vaglio. Abbiamo chiesto qualche delucidazione a riguardo al prof. Fabrizio Cacciafesta, direttore del Dipartimento di Studi Economico-Finanziari e Metodi Quantitativi della facoltà di Economia e membro del Senato Accademico.
“La riduzione delle tasse è una possibilità prevista dalla legge stessa. In Italia alcuni Atenei l’ hanno già applicata ottenendo però scarsi risultati, fondamentalmente perché il taglio è stato poco significativo;”,spiega il professore, “ovviamente, considerare l’ipotesi di sconti maggiori comporta due ordini di problemi: una eccessiva riduzione degli introiti dell’Università (poiché il taglio intaccherebbe proprio quella parte di risorse che finisce direttamente nelle casse d’Ateneo, dato che una parte dei contributi (es. Adisu ecc..) non può essere diminuita, ndr)  e probabilmente un grande sacrificio, a fronte di una mancanza di dati ufficiali sull’interesse vero degli studenti per la proposta”.
Per quanto riguarda la situazione diretta di Tor Vergata il professore conclude che “attualmente il Senato Accademico sta vagliando la proposta( concretamente si tratterebbe di ridurre del 20% le tasse, qualora si accetti di laurearsi in 6 anni piuttosto che in 3 per la laurea magistrale, rispettivamente in 4 in luogo di 2 per la laurea specialistica), ma l’ultima parola spetterà al Consiglio di Amministrazione, l’organo che si occupa direttamente di far quadrare il bilancio”. La proposta sembra essere interessante, ma la disastrosa situazione economica in cui versa l’Università Italiana ci fa pensare ad un triste e breve epilogo. Se dunque il bivio è tra un contributo minore oppure una cinghia ancora più stretta  per gli Atenei, probabilmente gli studenti sceglierebbero di rinunciare al progetto, o cercherebbero di ricordare allo Stato che un investimento maggiore nell’Istruzione rappresenta una condizione necessaria per la crescita di una nazione.

Andrea Giambartolomei
dreand

Ammalarsi di clandestinità (1a parte)

a cura di Marialuisa Fonte, Francesca Macca, “Strepto” e “Sporo”, da Inchiostro

 

Come chiamereste la condizione di un uomo costretto a lavorare per pochissimi soldi, insufficienti a sfamarlo? E un uomo che lavori senza tutele e che mette a rischio la sua stessa salute, la sua stessa vita pur di lavorare?
E se vi dicessero che questo uomo è costretto a vivere in una baracca, senza luce, senza acqua, senza riscaldamento? E che ogni notte prega di non morire di fame e di freddo? Un uomo a cui è stata tolta la speranza del domani, la possibilità di costruirsi un futuro?

La banalità del male è pericolosamente vicina ad ognuno di noi: violare un diritto umano non è poi così difficile nella nostra vita quotidiana.

Basta arrendersi alla paura, chiudere gli occhi e lasciarsi indottrinare dai media.

La caccia alle streghe è ricominciata.

Nel 21° secolo sono destinati al rogo gli irregolari, i clandestini.

Peccato che questi colpevoli li dovremo andare a prendere nelle nostre campagne, nei cantieri e accanto ai nostri anziani: luoghi dove nessuno di noi vuole più faticare.

E se queste nuove streghe sono persone malate di povertà e muoiono di fame, lascia per lo più indifferenti.
I nostri decreti, le nostre leggi, il nostro silenzio e le nostre paure passeranno alla storia per aver generato i nuovi schiavi.

Princìpi attivi
Tre storie di salute & immigrazione

Forse ci eravamo illusi nell’accusare la Medicina di occuparsi di malattie, più che di malati. Di classificazioni e linee guida, più che di persone.

Ci sbagliavamo. Oggi la Medicina si occupa di codici e esenzioni e DRG (Diagnosis-related group), per il contenimento della spesa sanitaria. E si occupa di farmaci, di princìpi attivi più o meno griffati, di dosaggi.
Ma dietro diagnosi e prescrizioni continuano ad agitarsi storie, corpi. Dolori.
Il tentativo di intaccare il diritto alla salute attraverso i tristemente noti emendamenti leghisti al ddl sicurezza ha risvegliato un po’ le coscienze: medici e personale sanitario stanno facendo sentire la propria voce a favore del diritto alla salute; il nemico naturale è il ddl sicurezza, col reato di clandestinità e le altre perle di cui ora tanto si parla (in ritardo, e troppo spesso strumentalmente).
E allora ecco tre storie, per cui ringrazio un medico che ancora sa occuparsi dei “princìpi attivi” della propria professione, oltre a quelli dei farmaci.
Lavora come volontario presso l’Ambulatorio Caritas di Pavia; un posto che, ai tempi del reato di clandestinità e dei medici che si rifiutano di fare le spie, rappresenta un potenziale ricettacolo di malfattori.

Sperando che continuino nel loro “crimine”.

Insulina

In Via della Povertà, oltre ad Einstein che suona il violino elettrico, c’è K che suona l’organetto. K vive due condizioni che insieme danno una miscela esplosiva nell’Italia d’oggi: infatti K è diabetico, ed è romeno. Prima dell’entrata della Romania nell’UE (2007), K aveva il suo buon codice STP (Straniero Temporaneamente Presente) che gli permetteva di ottenere l’impegnativa per andare in ospedale a fare controlli glicemici e ottenere la richiesta per l’insulina. Poi, il limbo: la situazione di “neocomunitario” non gli permette più di aver diritto all’STP, e la mancanza del benedetto permesso di soggiorno non gli permette di iscriversi al sistema sanitario nazionale. Ma il diabete non è sottile come la burocrazia, malattia tutta italiana; qualcosa K la deve pur fare. E allora si arrabatta alla bell’e meglio, si rivolge ai medici volontari dell’Ambulatorio Caritas e a medici “amici” dell’ospedale:  tra dosaggi alchemici ed improvvisati, K riesce a mettere in circolo l’insulina necessaria alla sopravvivenza. Ma il diabete è una malattia seria: oltre alle dosi di insulina, ci vogliono i controlli, i glucometri con le striscette quasi sempre non compatibili, le siringhette da 1ml. Soprattutto, ci vuole continuità terapeutica. Le mancanze si fanno sentire: K soffre diverse punte di iperglicemia, fino al coma diabetico. Poi, il cerotto sulla burocrazia è un nuovo codice, ENI (Europeo Non Iscritto), che permette di riagganciare K alla dovuta serie di controlli, striscette e siringhette. Restano tanti problemi, il costo dei ticket che il gracchiare di un organetto non riesce a coprire, l’educazione alimentare e la prevenzione delle complicanze… Ma almeno K oggi riesce a sopravvivere su Via della Povertà, col suo diabete e la sua romenità. Domanda: si sarebbe presentato in ospedale ad elemosinare insulina, K, se ci fosse stato il rischio di essere denunciato per il mancato permesso di soggiorno (che è un po’ come avere la peste, nell’Italia della Lega)?

(la seconda parte nei prossimi giorni)

 

Andrea Giambartolomei
dreand

Ammalarsi di clandestinità (2a parte)

Permetrina

I sacri testi dicono che “prolifera negli ambienti con scarsa igiene collettiva”; e Via della Povertà è uno di questi. E la SuperHuman Crew delle ronde può difendere le strade dalla criminalità etnicizzata ad hoc, ma contro di lui può poco. S è una delle sue vittime. Ma tranquilli, nessun panorama apocalittico all'orizzonte, nessuna epidemia di TBC o lebbra. Il nemico di S, piccolo e bastardo, è più banale, per quanto molesto: il Sarcoptes scabiei, l'agente eziologico della scabbia. Non si sa cosa faccia S per vivere, né dove passi la notte. La fretta e il divario linguistico son carogne, e allora le prime a balzare agli occhi dei medici sono le macchie: quelle rosse e in rilievo sull'addome, sulle mani, sui polsi. E giorni e giorni a grattarsi, aspettando che passi. Sarà la polvere, sarà un'allergia, sarà. Andiamo dal medico, si sarà detto S. Non ha il permesso di soggiorno, ma perché dovrebbe temere un medico? E i medici volontari, dopo un po' di brancolare nel buio, poi l'illuminazione e un po' di sano pregiudizio (che in questo caso è un ragionamento di Sanità pubblica): “Scusa, ma dove vive S?” “non si sa” “come non si sa” “bazzica Via della Povertà” “ma vuoi vedere che è scabbia?”. La scabbia contagia in primo luogo la mente dei medici: tornati a casa, ci si sente uno strano prurito psicologico su tutto il corpo, anche dopo ripetute docce, e viene l'insano rimorso di non aver messo i guanti prima di stringere la mano a S, ogni volta che torna a prendere il tubetto di permetrina da spalmare sulle zone colpite per diverse settimane. L'effetto terapeutico della crema, per S, è nella sensazione di sollievo dato dal tubetto fresco e dalla sua lingua semisolida sulla pelle rossa rovente. Ora, se S avesse paura di presentarsi ai medici per il farmaco antiscabbia, cosa succederebbe? Rischio di diffusione del temibile Sarcoptes nelle nostre città, nelle nostre linde case? Forse. Soprattutto, S continuerebbe a riempirsi di piccoli bastardi, a grattarsi; i graffi si infetterebbero con bestiacce ancor più piccole e bastarde, i pochi contatti di S lo eviterebbero del tutto… Soprattutto, S continuerebbe a star male e isolato su Via della Povertà. Malato di paura. 

Diclofenac sodico

Y si presenta in Ambulatorio letteralmente piegato a metà. Il medico parte con la carica di congetture: “Sei caduto? Incidente stradale? Ti hanno picchiato? Incidente sul lavoro?...” Y è tunisino ma mastica l'italiano, a “incidente sul lavoro?” fa di sì con la testa. “Da dove sei caduto?” “no, no caduto; è stato cinquantachili”. Servono minuti di dialogo sconclusionato per comprendere che il “cinquantachili” è il sacco di cemento da 50kg che Y stava sollevando; l'ennesimo, ma stavolta qualcosa, nel dorso, non ha retto. Y lavora in uno dei tanti cantieri di Via della Povertà, lo accompagna il collega Buon Samaritano, ancora sporco di calce. La prima diagnosi è di “lombosciatalgia” e l'iniezione di diclofenac sodico calma ben poco il dolore. Dopo la doverosa trafila medica tra codici e codicilli, finalmente gli occhi di un ortopedico fanno calare la sentenza: ernia discale. Y passerà due mesi a letto, che franeranno sulla sua vita con la perdita di casa & lavoro. E problema diventano i 3€ per il diclofenac, problema è raggiungere la farmacia o l'Ambulatorio per recuperarlo; problema è riuscire a mangiare due volte al giorno, scendere le scale della casa in cui è ospitato; problema è doversi comprare la biancheria pulita per la visita medica, e quella puzza di alcol ai controlli: “Ma bevi?” “Sì, vino, la sera” “Ma lo sai che ti fa male?” “Sì, ma a me serve per sostenermi”. A conti fatti, le calorie di un litro di vino costano meno dell'equivalente in cibo. Ammalarsi di povertà è come cadere in una trappola; ma se Y, assunto in nero, avesse temuto di presentarsi dal medico piegato a metà, forse avrebbe perso qualcos'altro, oltre a casa & lavoro.

Andrea Giambartolomei
dreand

E lo chiamavano Hotel...

Da Step1, il giornale on-line degli studenti di Catania, un altro servizio sullo stato delle residenze per gli studenti. Autori: Desirée Miranda e Gianluca Nicotra.

Inizia oggi con la residenza Costa di via Etnea il viaggio di Step1 tra le strutture universitarie catanesi. Ad accoglierci umidità quasi dappertutto e un ascensore fermo da sei anni. E i responsabili aggiungono: «L’edificio non è antisismico».

Se ci fosse un forte terremoto a Catania, la residenza Costa probabilmente si sgretolerebbe”. È quanto ci ha detto Carmelo Vassallo, responsabile della residenza, ma è anche la convinzione di tutti coloro che la frequentano e la conoscono ormai da tempo.

Continua a leggere l'articolo.

Andrea Giambartolomei
dreand

Amianto in uno studentato di Ferrara - Nessuno avvisa gli abitanti

Da Il Tascapane, giornale universitario di Ferrara.
Leggi l'articolo dal blog dell'autore Luca Iacovone, giornalista de "il Tascapane".

Andrea Giambartolomei
dreand

A difesa della ricerca

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Un sistema di finanziamento retrogrado ed assistenzialista.
L’appello della ricercatrice Prof.ssa Elena Cattaneo
di Zaghis Eleonora (Orizzonte universitario)

È dal 2001 che la prof.essa Elena Cattaneo, docente e ricercatrice dell’Università degli Studi di Milano, ed alcuni suoi colleghi cercano di cambiare le modalità di assegnazione dei finanziamenti per la ricerca scientifica. Dopo la pubblicazione di una lettera destinata al Presidente della Repubblica sul sito “unimi.it”, abbiamo deciso di incontrarla per porle alcune domande. Quello che abbiamo scoperto non è di certo incoraggiante ma la professoressa Cattaneo crede molto in quello che fa e per questo motivo non si è mai arresa.

Come avvengono i finanziamenti alla ricerca scientifica all’estero?

Avvengono con il metodo del peer-review, che è un insieme di regole e procedure che assicurano una valutazione scientifica sulla base del merito, competitiva e competente, terza, regolamentata (soprattutto), anonima e indipendente, dei progetti sottomessi. Questo metodo evita che nelle valutazioni vengano introdotte considerazioni extra-scientifiche, pressioni personali, conflitti di interesse. È con questo metodo che si garantisce che a essere finanziati saranno i progetti migliori sottomessi a quel bando, consentendo a chiunque di competere con pari dignità in tal senso, a prescindere dall’essere un premio Nobel o un giovane ricercatore. Il procedimento inizia con l’apertura di un bando pubblico, su tematiche che possono essere ampie o specifiche, comunque sempre un bando trasparente in tutte le sue procedure. Il metodo del bando pubblico rappresenta il primo momento chiave, in quanto esprime il principio egualitario del “libero accesso alle risorse” da parte di chiunque abbia ipotesi razionali da proporre. Il secondo momento fondamentale avviene quando, a seguito del bando pubblico, una commissione composta da persone i cui nomi sono noti, inizia ad analizzare i progetti con le modalità descritte nel bando. La commissione recluta revisori esterni, anonimi ed esperti, che a loro volta agiranno in base alle modalità descritte nel bando. Un terzo punto importanteriguarda la trasparenza delle decisione e dei risultati. I competitori, così come qualsiasi cittadino di un paese, devono avere la possibilità di conoscere con facilità e chiarezza, quasi come in una filiera, quali siano stati i risultati della selezione. Si deve sapere a chi siano stati assegnati e per quale progetto i finanziamenti pubblici, da dove questi derivino e quali siano stati, infine, i risultati raggiunti.

E in Italia?

In Italia esistono due metodi. Il primo, ormai tristemente rimbalzato agli onori della cronaca come “top-downe preesistente a molti governi, non prevede una competizione e una valutazione scientifica nel merito, ma consente alla pubblica amministrazione di assegnare finanziamenti direttamente a un ricercatore o ente di ricerca su argomenti (in teoria) di rilevanza nazionale (in pratica mai o mal documentata - anche perché è difficile pensare che un tema di rilevanza nazionale possa durare uno o due anni). Questo non e’ altro che un metodo a forte rischio. Il succo, però, è sempre quello: soldi pubblici per la ricerca distribuiti senza “valutazioni certe e prive anche del solo sospetto di conflitto d’interesse; merito scientifico assolutamente discrezionale e scelte operate da chi, spesso se non sempre, neppure possiede minimi strumenti per la valutazione scientifica delle proposte che decide di finanziare secondo altri criteri. Il secondo metodo, adottato per esempio anche da alcune agenzie no-profit come Telethon, ripercorre invece i caratteri primari del metodo del peer-review.

E questo cosa comporta ai fini della ricerca italiana?

Significa non essere imbrigliati in logiche clientelari alle quali spero molti si rifiutino, comunque, di partecipare. A costo di pagare un prezzo altissimo in termini di produttività e di competizione, che risulta invece, qui da noi, spesso falsata da queste assegnazioni. Inoltre, non vedo come si possa sperare di invogliare le giovani leve a perseguire la carriera scientifica o, perché no, richiamare scienziati dall’estero. Eppure il metodo è così elementare e consolidato attraverso l’esperienza internazionale che davvero viene da chiedersi se non vi sia una precisa volontà, in Italia, di mettere in atto tutto ciò che possa distruggere la coscienza e gli atti propri della libera ricerca competitiva. Sembra del tutto evidente che la strada scelta è spesso quella che favorisce lo sviluppo di sistemi di potere che tutto sono, tranne che di utilità al paese.

Nel vostro appello al Presidente della Repubblica cosa avete chiesto?

Abbiamo chiesto che si identifichino norme e procedure che garantiscano che nessun finanziamento pubblico per la ricerca scientifica possa mai essere erogato senza un formale e regolamentato processo di peer-review. Abbiamo inoltre chiesto che si consideri l’istituzione di una singola agenzia di finanziamento per la ricerca Biomedica, che abbia la funzione di organizzare e uniformare i processi di valutazione.

Vi e’ stata data una qualche risposta da parte del Presidente?

Si, riportando le parole di una  dichiarazione pubblica dello scorso 11 marzo il Presidente si e' dichiarato "personalmente molto sensibile all'esigenza sollevata nell'appello e convinto del suo fondamento oltre che convinto delle ragioni della soluzione proposta".

Nonostante tutto consiglierebbe comunque a uno studente di dedicarsi alla ricerca scientifica in Italia?

Sì, lo consiglierei. È un lavoro molto bello e stimolante anche se ci sono molti ostacoli da superare; è, per così dire, “attivo”, ovvero che tiene sempre sotto stimolo la mente. Per questo motivo mi piace e, se uno studente mi venisse a chiedere consiglio, gli direi di dedicarsi alla ricerca scientifica anche in Italia.

Andrea Giambartolomei
dreand

Vita da college

(di OpenHouse)

dal nostro infiltrato al Tridente di Urbino.

Descritto come un ibrido tra Scampia e Arancia Meccanica, il collegio Tridente si presenta in tutta la sua prorompenza architettonica il giorno in cui, tramite metodi allucinanti, mi viene assegnata la camera xxx del dente terzo. Per intenderci, siamo tra quelli che vanno a mensa in pigiama. Direttore generale dell’universitarismo urbinate, il collegio Tridente domina dall’alto quelle che di esso sono mere proiezioni, i vari Aquilone, Vela, e Overlook Hotel (meglio conosciuto come Sogesta).

Diviso in blocchi manco fosse un carcere di massima sicurezza, il diabolico Tridente dispone delle donne delle pulizie più esperte dell’entroterra marchigiano, esempio massimo di sobrietà e praticità chapliniana. Ogni mattina, puntuali come un orologio svizzero in ritardo di un’ora, te le vedi scorazzare nel tuo luogo comune, al fatidico “buongiorno” seguono la puntuale rottura di palle sull’immondizia e la micidiale vendetta personale, ovvero far finta di lavare a terra. Rituale che si ripercuote tutti i santi giorni tranne la domenica, dove il cesso col bidè è già più sporco della toilette della stazione di San Severo, ma questa è un’altra storia. Alle ore 12:00 poi , in preda alla vostra massacrante scalinata, è molto probabile che incappiate nei loro discorsi post lavorativi in grembiulino celeste, confabulazioni che oscillano tra l’antisemitismo studentesco e la pensione che percepiranno fra 30 anni. In camera non ci mettono piede, di blitz notturni se ne vedono pochi, qualsiasi singola è disposta ad uso e consumo del borsista che ci mette piede.

Legge non scritta del Tridente: “Difficilmente troverete una stanza uguale a un altra!”. Armadietti capovolti, scrivanie segate in tre, televisioni che compaiono e scompaiono, spazi dilatati, letti inspiegabilmente a due piazze, rispecchiano accento e provenienza del proprio mentore, nel caso di erasmus è probabile che sui muri ci troviate antiche diciture di romanzi, resoconti antropologici, usi, abitudini e costumi dal continente di provenienza: “Catherine 2003” ma anche “Australia, the country of happiness”.

Per coloro la cui vita è appesa al filo dell’Uwic (“Erasmus, l’Italia non è solo msn!”) ci sono gli angoli più bui e oscuri della struttura, “blocchi a rischio studio” recita il cartello, dove si possono organizzare partite di calcetto con pendenza al 15 % ma anche a feste americane senza straccio di americano alcuno.

Toni amatoriali permettendo, dal piano mensa prendono piede i più deliranti tornei agonistici di calcio balilla, ping pong e break dance, dove le urla rimbombanti urtano l’aula studio per poi sommarsi al rutto fragoroso di chi ha appena digerito la crescia pomodoro e mozzarella del Cibus. Forse non lo sai, ma il litrozzo di olio che hai portato da casa domani potrebbe trovarsi benissimo su un traghetto per la Sicilia. Tutto è condiviso. “Quelli che a Pescara erano molisani e leccesi, a Urbino si tramutano in giapponesi, sardi e bolognesi” sottolineava un amico abruzzese.

Il Tridente è anche la dimora degli anconetani, non hanno pasta non fanno lavaggi, vanno a mensa e ci salutano il fine settimana. A stento riescono a condurre una doppia vita (università, fidanzata e/o famiglia), ci deliziano con il loro dialetto, a caricarli è soprattutto quel bonus settimanale che risponde al nome di giovedì sera, grande strapazzo, viaggio psichedelico nei sottoboschi etilico culinari o sulle rampe affaticanti. Piazzi un po’ di cibo sullo stomaco e stacchi un biglietto di non ritorno per Piazza della Repubblica.

Il giovedì sera in bloccole baguette è come se respirino, il vino vernicia di rosso, lo stereo pompa i Talking Heads, peccato che l’unico sobrio sia l’onesto vigilantes, chiamato con il portinaio di turno ad ispezionare l’intera giungla. Irrompe sulla scena e nemmeno te ne accorgi. Dopo 30 secondi, l’invito a smorzare i toni è democraticamente accettato, “quella pistola te la potresti anche risparmiare ” .

Leggenda vuole che, una manciata di anni fa, due ragazzi con una voglia immane di spaghetti al tonno riuscirono nell’impresa di consumare la pietanza sotto lo sguardo impassibile di tale vigile ERSU che li marcava stretti in attesa di un battibecco che non c’è mai stato. “Non avevo mai cenato sotto scorta”, esclamò uno dei due. Erano le 5 del mattino.

Andrea Giambartolomei
dreand

Le cose in chiaro...

Mettiamo subito le cose in chiaro. Nessuno di noi è un giornalista. Alcuni di noi vogliono diventarlo, è vero. Ma per ora non siamo nulla di tutto ciò. Nessun numero di tessera, nessun master alle spalle, niente. Solo un poco della nostra esperienza. E moltissime cose da raccontare. Tutti frequentiamo l'Università, in un modo o nell'altro. Magari per seguire i nostri progetti siamo finiti fuori corso o abbiamo rinunciato a trascorrere un periodo di studio all'estero. Ma se facciamo tutto questo è perché abbiamo qualcosa da raccontare. Forse dobbiamo ancora imparare a distinguere le opinioni dai fatti ma è proprio per questo che tentiamo di imparare il mestiere.

Mesi fa, al Festival del Giornalismo di Perugia, eravamo dietro ad un tavolo e raccontavamo al pubblico le esperienze dei "nostri" giornali universitari. Ci chiedevamo se lavorare per queste realtà possa essere una strada in grado di renderci futuri protagonisti del giornalismo. Sappiamo che per alcuni versi la risposta a questa domanda è positiva, perché in fondo ora conosciamo alcuni trucchi del mestiere, ci abituiamo a rispettare scadenze, discutiamo come si discute nelle "vere" redazioni, impariamo a gestire i contatti, sappiamo impaginare, sistemare grafica e fotografie e così via. D'altra parte però non abbiamo ricevuto alcuna formazione specifica, ci basiamo unicamente sulla nostra esperienza e sui consigli di chi fa questo lavoro da tempo. Insomma, possiamo tranquillamente sostenere che le nostre piccole redazioni siano delle palestre di giornalismo con alcuni vantaggi e alcuni difetti.

Ora apriamo questa pagina per capire cosa possiamo fare, dove possiamo arrivare. Sappiamo che il giornalismo ha un futuro con molte incertezze. La Rete ha aperto scenari inimmaginabili nel mondo dell'informazione, confondendola spesso con la comunicazione. Ha modificato i metodi di lavoro, semplificandoli e rendendoli più accessibili. Ma, allo stesso tempo, sta contribuendo a modificare le strutture economiche su cui si basava tradizionalmente la carta stampata. Se prima gli inserzionisti trovavano spazio sui quotidiani oggi hanno uno spazio sterminato sul web. Nuovi fenomeni sono emersi, blog e social network su tutti. Per ogni singola persona sulla faccia della terra è diventato semplicissimo raccontare le proprie opinioni. Il mestiere del giornalista, però, non è quello di sfoggiare queste ultime ma piuttosto spiegare i fatti, cogliere le notizie. Non interessa sapere cosa c'é nella testa di un individuo ma piuttosto occorre conoscere ciò che accade fuori dalla finestra di casa sua. Una sfida è riuscire a mantenere ben salda questa distinzione.

Se poi affrontiamo il discorso nell'ottica del nostro Paese, la questione si complica ulteriormente. Dove dovrebbe esserci indipendenza spesso c'è l'influenza di una corrente politica, o peggio di un partito. Dove dovrebbe esistere pluralità e confronto sopravvive una monopolizzazione economica e delle idee. Dove dovrebbe esserci libertà e meritocrazia ci sono l'ordine e i finanziamenti statali. Si confermano le anomalie che caratterizzano il nostro Paese, nel bene o nel male.

Lo scopo di questa prima discussione dovrebbe essere quello di capire a cosa servono realtà giornalistiche a livello universitario. Sono una risorsa utile oppure sono un limite nei confronti di chi vorrebbe il mestiere come qualcosa di unicamente professionale, basato su conoscenze specifiche? Chi esce da un master ha più diritto di entrare nel "giro" rispetto a chi ha vissuto un'esperienza di questo tipo? Cosa può fare il Sistema Universitario per rendere le riviste degli Atenei un punto fermo nella formazione dei futuri giornalisti? Gli organi di stampa, tradizionali e non, come dovrebbero accogliere questi ultimi?
Le domande possono essere moltissime. Le risposte e le spiegazioni, invece, le vogliamo trovare discutendone su questa pagina. Intanto, il solo fatto di avere uno spazio come questo a disposizione, è un enorme possibilità che si deve assolutamente sfruttare.

albertobianchi85

Come ti smonto la bufala
Non erano ladri di bambini

È il 19 maggio quando le agenzie battono la notizia di una presunta aggressione ai danni di una madre e della sua bambina da parte di due giovani rom nel parcheggio di un centro commerciale della periferia di Catania. Il fatto sarebbe accaduto qualche giorno prima, il 15.

Poche ore dopo e la notizia si trasforma: dalla presunta aggressione si passa al tentato sequestro di minore, con tanto di indifferenza delle persone che avrebbero assistito al fatto. Prima i giganti dell'informazione nazionale (Corriere e Repubblica tra gli altri), poi l'unico quotidiano locale non esitano a parlare della storia dei “ladri di bambini”.

Il sospetto che qualcosa nel passaggio tra il lancio d'agenzia e la notizia data dagli organi di stampa fosse stato estremamente ingigantito è saltato agli occhi di qualcuno in redazione: «Ragazzi, questa notizia è falsa» e pian piano ce ne rendiamo sempre più conto. Ma cosa fare? I nostri mezzi sono limitati, finora ci siamo occupati di cronaca universitaria, inchieste e reportage cittadini, ma la nera no! Per quella ci vogliono i contatti, il tempo, il fiuto. «Purtroppo non siamo la redazione di un quotidiano» commenta amaramente qualcuno.

Decidiamo lo stesso di provarci e così – in una pausa tra l'esame di spagnolo e quello di comunicazione – alcuni di noi vanno più volte all'ipermercato dove si sono svolti i fatti. Si parla con i commercianti, con i vigilantes, con chi va ogni giorno a fare la spesa e con le cassiere.

Il centro commerciale Auchan si trova nel quartiere di San Giuseppe La Rena, un angolo di Catania incastrato tra l'aeroporto, il lungomare e l'autostrada. Tra i capannoni e i grossi pilastri dei ponti si annida un campo rom. È da lì che vengono Viorica e Sebastian, i ventenni sbattuti in prima pagina con le foto a colori dei loro visi un po' beffardi, come se tentassero di mascherare la paura. È un campo un po' particolare: i ragazzi che vivono tra quelle baracche frequentano la scuola attraverso un progetto della Caritas. Si tengono così lontano dalla strada, si cerca di dare loro un po' di istruzione, si prova a far funzionare quel concetto di “integrazione” che tante volte viene sbandierato senza cognizione di causa. E quattro giorni dopo le ruspe cancellano via i miseri averi di persone costrette a fuggire nottetempo, cacciate chissà dove.

Quando arriviamo nel parcheggio, ovviamente non diciamo che siamo giornalisti – o almeno aspiranti tali – e scambiamo qualche chiacchiera tra gli scaffali dei detersivi. Quando torniamo in redazione, abbiamo la certezza che alla base di tutto il polverone che nel frattempo ancora infuria probabilmente c'è solo un enorme malinteso.

I due rom erano conosciuti dagli habitué del supermercato: chiedevano alle volte l'elemosina all'ingresso; oppure si offrivano di riportare i carrelli della spesa al loro posto in cambio della moneta al suo interno.

La scena allora cambia: i giornali scrivono di una madre che – dopo aver negato non si sa con quanta fermezza – l'elemosina a Viorica, vede quest'ultima dirigersi verso il carrello sul quale siede la figlia di tre anni. La donna pensa che la giovane voglia portarle via la figlia, spaventata probabilmente dal clima decisamente pesante seguito all'altro presunto tentativo di rapimento da parte di una rom nel napoletano. Chissà, invece, se l'intenzione di Viorica non sia stata un'altra.

Nel frattempo il quotidiano La Sicilia fa una piccola rettifica, sei giorni dopo il primo lancio: «forse l’allarme sociale, almeno a Catania, potrebbe essere ingiustificato» si legge. E la redazione insorge. «Non fare il proprio mestiere (non come noi, che siamo studenti, ma come giornalista che viene retribuito per questo) è normale, e farlo diventa un merito? Per di più in ritardo e dopo essere stati irresponsabili», si legge in una delle centinaia di mail che arrivano a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Attraverso contatti personali e caffè promessi a un bel po' di gente, si trovano due contatti essenziali: la difesa e l'accusa, l'avvocato e il pm. La prima si mostra ovviamente cauta così come la sua controparte, ed entrambi riconoscono che in tutta la storia c'è qualcosa di anomalo. A cominciare dai video di sorveglianza che nessuno si è preso la briga di acquisire e che sono andati distrutti dopo le canoniche 24 ore.

Nel frattempo si arriva alle porte dell'estate, i giornali sembrano aver dimenticato i ladri di bambini e Viorica attende in un carcere di Agrigento, mentre Sebastian – libero in attesa del giudizio – cerca notizie della compagna tramite il loro avvocato.

La sentenza che assolve i due ragazzi arriva solo a settembre, dopo quasi cinque mesi di reclusione. Il giudice probabilmente non ha «ravvisato l'intenzione di sottrarre la bambina alla madre». Quello che nella pratica abbiamo sostenuto in tutti questi mesi, contro un'informazione che si è dimostrata frettolosa e poco accurata. A darcene conferma sono le poche righe sul quotidiano La Sicilia; nulla – invece – sui giornali più letti o nei tg.

Durante tutta l'inchiesta, il web ci ha dato un enorme aiuto per mettere parecchie pulci nelle orecchie a quanti più internauti possibili: blog più o meno ufficiali di persone più o meno autorevoli ci hanno citato come fonte, uno dei massimi riconoscimenti che si possano raggiungere in questo mestiere e ai giorni nostri.

Il web però ci tradisce ancora (per fortuna la carta no). Oggi, se utilizziamo le parole di ricerca “rom, rubano, bimba” quello che salta fuori è il primo titolo, quello che diede il via a tutto: «Catania, arrestati due rom “Hanno tentato di rapire mia figlia».

Questa pagina è dedicata ai giornali universitari e alle persone che li fanno vivere.
Uno spazio pubblico dove discutere e promuovere iniziative. Ma anche un luogo per scoprire il senso di scrivere su un giornale universitario.

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Le redazioni che partecipano alla ricerca:

Acido Politico - Università di Milano Statale (Scienze Politiche)
Energie9
- Università di Tor Vergata di Roma
Il Tascapane
- Univerisità di Ferrara
Inchiostro - Università di Pavia
L’universo - Università della Svizzera italiana
La Locomotiva - Università di Perugia
Openhouse - Università di Urbino
Orizzonte universitario - Università di Milano Statale
Step 1 - Università di Catania
Universitarea - Università di Firenza

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