Così Federico Rampini sul suo blog, a proposito di India e Trento.
Così Federico Rampini sul suo blog, a proposito di India e Trento.
Il festival dell'economia è terminato, tempo di bilanci. Per chi guarda alla partita doppia c'è il post di Guido Romeo in cui si parla di ritorno d'investimento da "effetto festival". Per chi giudica in base a quantità, ci sono le sale stracolme e la città brulicante. Per chi è attento all'impatto mediatico il rinvio è alla robusta rassegna stampa. Per chi pensa digitale ci sono i dati degli accessi internet. Per quanti pensano che tutti questi indicatori siano necessari ma non sufficienti, ci sono ore ed ore di magia delle parole attraverso le quali idee non banali e argomenti non scontati sono stati presentati, analizzati, spiegati, discussi, criticati. Ex cathedra, ma anche in piazza, al bar, in pizzeria. Con la partecipazione di chi è venuto a Trento per capire e farsi un'opinione. E ne è ripartito convinto ancora di più che senza conoscenza siamo più poveri. Di democrazia e di mercato.
I grafici di Torsten Persson parlano chiaro. Sull'asse delle ascisse l'anzianità delle democrazie, su quello delle ordinate il PIL pro-capite. Il nugolo di puntolini si distribuisce senza incertezze: i paesi che vivono da più tempo in regime di democrazia sono anche i più ricchi, nessun paese con una lunga esperienza democratica è povero.
Però le esperienze democratiche non sono tutte uguali: la stabilità cresce con il tempo ma le storie possono essere molto diverse. Non tutte le riforme democratiche hanno lo stesso effetto sullo sviluppo economico, anche se l'arrivo alla democrazia può generare un circolo virtuoso: la democrazia è più probabile se produce buoni risultati economici, il consolidamento della democrazia aiuta la crescita, il reddito aiuta a rafforzare il sistema democratico.
Ma la correlazione non è univoca. In qualche caso la democrazia ha favorito la crescita economica; in altri è stato il reddito alto a favorire l'avvento della democrazia. Ma diventare più ricchi non rende di per sé più probabile il processo democratico. In generale quando si danno condizioni di stabilità politica l'economia ne trae vantaggio, perché è meno rischioso fare previsioni sul futuro. Questo però è un argomento che vale anche per i regimi autoritari; quindi la democrazia è una condizione sufficiente ma non necessaria per spiegare lo sviluppo economico (come dimostra tra l'altro il fatto che nei paesi in cui la liberalizzazione economica avviene prima di quella politica la crescita economica è più accentuata e gli effetti sono più duraturi).
Quindi, alla fine, è bene non affidarsi all'illusione di meccanismi automatici e garantiti. Duecento anni di esperienze democratiche insegnano che la realtà è molto eterogenea, le riforme non sono tutte uguali, anzi la stessa riforma democratica può non avere gli stessi effetti dappertutto e in ogni tempo. La storia conta, così come anche la geografia.
E’ così che mi sono sentito in questi giorni di Festival.
Tra i tanti che prendono appunti, che bloggano, insomma offrono la propria mediazione culturale tra quello che sentono e quello che riportano, per formare solo una scheggia d’informazione.
Proprio come un grande mosaico, visto da lontano non si vedono le singole tessere, ma si ha una visione d’insieme ricco di colori, come questi giovani e questa terra che ci ha così ben accolto.
Da vicino, invece, ognuno con la propria fantasia, passione e creatività ha donato una ricchezza di dettagli direi alquanto miracolosa considerando la complessità del tema in oggetto. Siamo vari ordini di grandezza più grandi della classica informazione, che rimane sempre a bassa definizione.
Diceva Luigi Einaudi nel 1920:
“Il bello, il perfetto, non è l'uniformità, non è l'unità, ma la varietà e il contrasto".
In passato lo Stato aveva assunto un ruolo guida, sia per la protezione dell’impresa locale, sia per la sua autonoma capacità di sviluppo, e attuando interventi di ispirazione Keynesiana era diventato un punto di riferimento per tutte le forze economiche e sociali.
Tutto questo fino agli anni ’70, poi il formidabile processo d’espansione delle multinazionali, la nascita di nuovi mercati, la maggior apertura di quelli esistenti, la crisi del Welfare State - inizialmente nei Paesi anglosassoni, poi seguiti da molti altri - ha rimesso in discussione questo rapporto tra mercato e Stato, la cui evoluzione finale - tra richieste stataliste e ricette di puro liberismo - non si può prevedere, ma qualche domanda ce la possiamo fare.
Intanto, di quale infrastruttura hanno bisogno i mercati per operare in sistemi democratici?
Primo, le regole. Altrimenti il mercato non sopravvive a se stesso.
Fino a quando il mercato è possibile?
I malpensanti ritengono fino a quando è possibile realizzare enormi profitti in condizioni monopolistiche, e la storia italiana è qui a dimostrarlo.
Poi, quando la presenza dello Stato è necessaria?
Quando dobbiamo utilizzare lo Stato per proteggere interessi di parte per imprese che non possono reggere nel mercato per quanto sono diventate inefficienti.
Ultima domanda, chi deve decidere? Sappiamo già la risposta: la solita combinazioni bancaria-imprenditoriale-sindacale e politica, i soliti nomi che non cambiano da anni, purtroppo.
Concludo queste calde giornate senza constatare nessun Concilio di Trento tra mercato e democrazia, non speravamo altrimenti. Non è stata troppo euro-centrica o comunque troppo occidentale l’analisi della relazione tra democrazia e mercato. Non era facile, di questo me ne congratulo.
Il 1989 è l’anno chiave per comprendere questo tormentato rapporto. L’avanzamento del mercato da allora è stato evidente, ma la democrazia non ha seguito di pari passo. Abbiamo visto che esiste il mercato senza la democrazia, basta vedere l’esempio cinese. Si ritiene che non possa esistere la democrazia senza il mercato anche perché la libertà dell’uomo, nell’esprimersi e nel decidere i governanti, è coeva alla libertà di perseguire i propri interessi economici.
Questa libertà si esprime nel capitalismo per mezzo del mercato che, dicono in molti, non esiste in natura.
Io non concordo, per me esiste ed è figlio dell’avidità umana.
E' una catena e guai a saltarne un anello, così la pensa Paul Collier. Se si intende guardare seriamente ai problemi dell'"ultimo miliardo", vale a dire di quella parte di popolazione (quasi tutta africana) che è al fondo di ogni statistica, bisogna mettere i pezzi in fila e fare ordine, senza romanticismi o vittimismi. Lo sviluppo è possibile, purché lo si guardi nella doppia veste di sviluppo economico e politico-istituzionale.
Altrimenti accade quel che si è visto più volte nel passato, quando certi fragili segni di progresso si sono spenti perché hanno sbattuto contro il muro di classi dirigenti corrotte e del tutto disinteressate al futuro dei propri paesi.
Dunque si parta pure dal commercio internazionale di commodities, ma non ci si illuda che serva davvero a garantire uno sviluppo stabile. Nei paesi africani il boom delle esportazioni di materie prime resta un fuoco di paglia se le risorse che produce non sono investite in altre attività economiche. Distribuite, diffuse capillarmente, in modo da alzare il livello di reddito oltre quella soglia di 2700 dollari all'anno sotto la quale, secondo Collier, pensare a dare stabilità ad un paese è pura utopia. Perché sia così serve però una classe dirigente che non sia mossa da istinti predatori.
Di qui il secondo anello della catena: in paesi dalle democrazie deboli non si può pensare che il processo di sviluppo istituzionale consista solo nella possibilità di svolgere libere elezioni. La competizione elettorale è condizione necessaria ma non sufficiente della democrazia, come purtroppo insegnano troppi casi in giro per il mondo. Accanto alle elezioni occorre la costruzione di un sistema di "checks and balances" per compensare e controllare il potere della politica. Solo così si può parlare di una democrazia efficace, in grado di generare sviluppo economico. Quante volte invece l'Occidente si è fermato alla forma, illudendosi che in paesi travagliati i processi di pacificazione si concludessero nel momento delle libere elezioni? Così, appena le truppe straniere lasciano il campo, la guerra torna.
Il che porta al terzo anello: il nostro ruolo come paesi ricchi e democratici. Troppe volte l'intervento dell'Occidente si è fermato a metà, lasciando sul campo pezzi di soluzioni che si sono presto trasformati in relitti. Mentre il problema è quello di integrare più livelli: aiuti finanziari sì, ma anche opportunità di commercio, e garanzie di sicurezza istituzionale, nonché robustezza nelle regole di governo (a partire da solidi standar condivisi a livello internazionale).
Si prendano gli Stati Uniti ad esempio, dice Collier: alla fine della seconda guerra mondiale la strategia seguita per favorire la ricostruzione dell'Europa è stata da manuale. In quell'occasione gli USA, considerata la posta in gioco, furono capaci di ribaltare la propria tradizionale politica commerciale, lasciando da parte il protezionismo e isolazionismo per consentire all'economia della rinascente Europa di integrarsi rapidamente con quella americana. E i risultati si sono visti. Quindi non è una strada impossibile o mai sperimentata. Basta ricordarsi cosa succede quando si lasciano le cose a metà. E imparare a chiudere gli anelli della catena.
Ho pensato ad un modello descrittivo della differenza tra potere e ruolo dello Stato, per semplificare e far capire, cercando comunque di non impoverire o banalizzare gli interventi a cui ho assistito.
Per il potere mi viene in aiuto la geometria.
E’ inevitabile che ci sia antagonismo tra la sfera pubblica (Stato) e quella privata (mercato) per non farsi sopraffare dall’altro. Un’azione dello Stato (regole, tassazione, etc.) tende con tali rigidità a mettere nell’angolo il mercato, viceversa, non si può comprimere troppo la sfera pubblica altrimenti l’intero sistema crolla. Alcuni Paesi scandinavi hanno raggiunto un certo equilibrio con un’alta presenza dello Stato, altri con molto meno.
Credo siano conflitti eterni. Queste sfere ruotano da secoli una intorno all’altra, attraendosi e respingendosi, ma una cosa è certa: nessuna può sopravvivere da sola.
Per il ruolo considero il gioco del calcio.
Pur con tutte le storture che il mercato sta provocando, credo ancora che la causa non sia nel modello, ma dal fatto che qualcuno ritiene inutile la presenza dell’arbitro e altri che ritengono che quest’uomo debba poter (e saper) decidere -momento per momento- le regole del gioco. E poi, il ruolo dell’arbitro deve essere sempre forte, a prescindere dalle forze espresse in campo. Non è in contrapposizione.
Crediamo che sia sempre troppo “fiscale” con noi e, d’altro canto, per le malefatte dell’altro non si riesce mai ad ottenere “giustizia”. L’altro è autorizzato a pensare in egual modo.
Ritengo che l’anello tra il mercato e gli stati sia l’esternalità. Talvolta vi sono dei punti di forza in questa collaborazione (esternalità positive) talvolta dannose per la società nel suo complesso (negative). E’ su quest’ultime relazioni che dobbiamo lavorare. E’ qui che è richiamato l’intervento dello Stato.
La frase "Meno Stato e più mercato" deve essere respinta, almeno in questo contesto.
Tre macellai si sono incontrati al Festival dell’Economia.
Il primo macellaio appariva nella scheda introduttiva del Festival, quella paginetta scritta da Tito Boeri, nella quale si presentava il Festival e si spiegava il taglio analitico della manifestazione. Il macellaio del quale parlava Boeri era il ‘Macellaio Massimo’, ovvero l’addetto alle macellerie, colui che doveva fissare i prezzi della carne dal Ministero delle Finanze per tutta l’Unione Sovietica. Egor Gaydar, Professore onorario a Berkeley e Primo Ministro nella Russia di Yeltsin, dialogando con John Lloyd del Financial Times, raccontava cause ed origini del collasso dell’impero: un racconto personale ma anche di storia economica, intrecciata a destini personali, dilemmi politici e lettere dei protagonisti del tempo (KGB, Krushev, Gorbachev et alii…). Le lettere dei politici confermavano la frustrazione descritta da Tito Boeri nella prima pagina del libretto che contiene il programma del Festival…
Il secondo macellaio è il macellaio di un Professore trentino-milanese. Il professore trentino-milanese partecipava al Festival discutendo il lavoro di un suo collega inglese. Molta è stata la sorpresa quando il giorno seguente è stato interrogato dal suo macellaio di fiducia sulla relazione che aveva tenuto il giorno precedente al Festival e questo segnala che il Festival cerca di uscire da schemi accademici tradizionali.
Il terzo macellaio è il padre di uno dei relatori dell’ultimo giorno del Festival. Paul Collier nelle prime pagine del suo ultimo libro ‘The Bottom Billion – Why the poorest countries are failing and what can be done about it?’ racconta come nacque il suo interesse di ricerca e la sua passione per l’Africa e spiega il suo albero genealogico. Tutto nasce da un macellaio dello Yorkshire.
Il Festival è – fino ad ora – stato caratterizzato dalla sua buona educazione. Interventi corretti, domande puntuali ed interessanti, stravaganti fuori-programma.
Krugman faceva notare come vi fosse una stampa non ostile, come le domande non fossero né ideologiche né aggressive, e che questo fosse il punto di partenza per iniziare un dialogo fermo ma genuino, un dibattito vero non pre-impostato – Trento fosse circondata non da un’aura unica, ma da un’atmosfera che induce un confronto corretto e sereno, una battaglia tra idee che non degenera in rissa. Un dibattito non parrocchiale – e davvero poco si è parlato di italianità delle imprese (anche se accenni alla meritocrazia in Italia ed alla questione Alitalia non potevano mancare), mai si è lottato su microscopiche faziose questioni politiche localistiche.
Le relazioni facevano parte di un dibattito più grande e di una riflessione che non voleva essere partigiana, ma seria ed intellettualmente onesta.
Trento è piccola, a misura d’uomo. Questo l’ha notato il Professore di Oxford, John Goldthorpe. Il suo fuori-programma? Il giorno dopo il suo intervento non è andato dal macellaio per l’interrogazione di turno, ma è stato fermato per la strada da alcuni partecipanti del Festival (in due occasioni) per riprendere il dibattito da dove si era concluso al Castello del Buon Consiglio.
Goldthorpe ne è rimasto affascinato. “Non riesco a pensare a nulla di simile in Inghilterra. Abbiamo Literary Festival o presentazioni di libri, ma non un Festival dell’Economia. L’idea è ottima, ma di essere riconosciuto, fermato ed esaminato sulla mia relazione per due volte camminando per le strade di Trento il giorno dopo la mia relazione non me lo sarei mai immaginato. Il Festival sta creando una piccola Comunità...”. Mentre parlava i suoi occhi erano felici e rapiti. Gli occhi di tanta gente in questi giorni. Cosa guarderanno? Vedranno lontano?
Buon Festival e buona Educazione!Il Festival in 10 fotogrammi (o poco più)
1. Inizierei dai lividi del Festival. Il Festival sta producendo in città una spaccatura netta tra due fette della popolazione. Da una parte il Popolo dello Scoiattolo, “chi viene, scegliendo e volendo capire” – come ha detto Laterza alla cerimonia d’apertura. Dall’altra il “Popolo dello Struzzo”, che preferisce mettere la testa sotto la sabbia, anziché aprirla ed ascoltare opinioni diverse. Ferruccio de Bortoli, sempre nella stessa occasione, faceva notare come stessimo vivendo in un’ epoca post-ideologica, ma spesso l’ideologia di alcune persone tenderebbe a dimostrare il contrario.
Io ho provato insistentemente ad invitare tanti amici al Festival – che è un Festival e non è Scientology. Alcuni non ci hanno creduto:
- Norma mi ha detto che preferisce parlare con i piccioni in Piazza Duomo (aspettando risposte e mangiando gelati in solitario, perché gli amici sono più importanti dei grandi nomi);
- Andrea N, un grande fotografo amante di questa terra trentina, ha dichiarato che ‘son chiacchere’, che il sapere teorico è vuoto e che preferisce il sapere pratico come quello che gli insegna il risparmio energetico e che gli insegna a collegare una lampadina (convinto che il Festival non possa accendere una lampadina e dargli possibilità di capire fenomeni complessi);
- un ciclista con il casco si è fermato a guardarmi ieri sera e mi ha fatto notare che non si può parlare di giustizia in un mondo che tollera le tragedie africane (e parzialmente concordo, gli ho risposto che allora ci vediamo da Paul Collier – ma credo che la testardaggine del suo casco pregiudiziale lo bloccherà e non verrà);
- una ragazza che da uno sgabello dava lezioni gridando con un megafono e criticava tutto – io mi sono avvicinato e le ho detto “non hai molto successo oggi mi pare”. Lei mi ha detto che “il successo non lo vuole”. Io la prima volta non avevo capito e le ho chiesto di ripetere. Lei me lo ha ripetuto, ma allora non ho capito cosa ci faccia sullo sgabello-zimbello. “Spero che smetta di piovere per te e per il Festival”
2. La paura del Festival. La paura del Festival è l’inciviltà del “Popolo dello Struzzo”. L’anno scorso mi aveva conquistato la reazione composta e pacata che il “Popolo dello Scoiattolo” aveva dimostrato nei confronti delle intemperanze extra-territoriali dei protestanti vicentini durante l’intervento del Presidente del Consiglio Romano Prodi (mi preoccupa che su wikipedia vi siano solamente le immagini della protesta trentina, ma non avevano protestato anche altrove? Suggerirei di cambiare le foto).
Sarebbe bello invitare le persone che rigettano il Festival ad avere la pazienza di formulare i loro pensieri e sfidare i relatori del Festival dal punto di vista della sostanza, senza gridare ma con argomenti forti, porre domande ed avere il coraggio di entrare in aula – ma senza blaterare incivilmente e senza bandiere – con la voglia di capire e discutere, non di dar lezioni senza cognizione di causa.
Speriamo che il dialogo si mantenga sulle note della sinfonia ascoltata fino ad ora. Degenerare in inciviltà è antidemocratico e la voglia di chiudersi in se stessi mi spaventa tanto quanto rifiutare tutto in maniera ideologica.3. Figlie ed Asili. Le giovanissime al Festival ci sono: la figlia di Gilat Levy accompagnava la madre-relatrice del Festival durante il suo intervento e leggeva un libro nelle ultime file con un angelo biondo al suo fianco; la figlia che verrà della Professoressa Bandiera…la maternità mi sembrava evidente.
C’è chi ha auspicato l’apertura di asili nido al posto della realizzazione del Festival. La tematica è delicata e non conosco le statistiche, ma mi pare paradossale e quasi populistico comparare le due cose. Ma non si parla da anni di crisi demografica in Italia? Probabilmente il politico in questione proponeva – senza accorgersene – di aprire un asilo nido per figli di immigrati (e questo è un bene).
4. Matteo Faini – un grande figlio di un grande padre. Il padre, compianto economista e tifoso milanista, ‘er meio professore’ – come lo chiamavano alcuni suoi studenti di Tor Vergata. “Un Economista al servizio delle istituzioni” come è stato definito da un libro, Riccardo Faini. Il figlio dimostra di avere gli occhi e la visione del padre: ironico, delle spalle più grandi delle sue, ma anche rigoroso ed acuto.
5. La grinta della Montezemola – ma l’Università? La Presidentessa ha lanciato il dado della competitività, della italianità, ma ha anche sottolineato l’importanza di fare scelte difficili in politica ed in economia, del ruolo dell’educazione e del valore dell’eccellenza.
La Presidentessa ha parlato di eccellenza in alcuni istituti universitari – e probabilmente pensava alla Bocconi e ad un istituto pisano di origine napoleonica. Pensava anche all’Università di Trento?
Partendo dalla constatazione che il discorso mi ha rincuorato, mi chiedo quale sia la politica di Confindustria nei confronti dell’università e quale sia il legame che la Marcegaglia ha in mente tra mondo universitario e mondo del lavoro.
Cambridge ha lanciato una campagna per celebrare gli 800 anni della propria fondazione. L’obiettivo della campagna è racimolare 1 miliardo di sterline inglesi. Questo sarebbe possibile in Italia? Montezemola parlava delle difficoltà delle collaborazioni pratiche con il mondo universitario italiano, ma…
6. I volontari ed i professionisti del Festival. Il Festival si fonda sul lavoro di tante persone che mettono a disposizione il proprio tempo gratuitamente e che si fanno in 4 per la buona riuscita del Festival (il Popolo dello Struzzo dovrebbe almeno riconoscere questo) e di persone serie che lavorano tutto l’anno nell’ideazione del Festival e nella sua realizzazione empirica (Monica S, Fausta S e le loro equipes docent). I loro volti dipendono dal tempo clemente e dagli sguardi dei partecipanti al Festival.
7. La pioggia del Festival ed “il Sole dell’Intelletto”. Il Festival è partito. E’ partito rischiando – avere un grande Professore come Mario Monti il giovedì sera al Teatro Sociale in una settimana senza ponte (arriverà ora). Il Festival ha due Soli: il primo è uno degli sponsor; il secondo è quello che Mario Monti ha definito come “il Sole dell’Intelletto” e che il Professore riferiva alla partecipazione al Festival di giovani e non giovani. “Sapevo della fama del Festival ed ora l’ho toccata con mano” – affermava ad una signorina della web-cam.
8. La chioma di Monti e la barba schiva di Krugman. Siamo partiti con una grande prima giornata. Monti e Krugman sono i Coppi ed i Bartali che si son passati la borraccia parlando anche di elezioni americane (un’altra cosa bella del Festival è che per alcuni giorni Trento si dimentica di politica locale e si immerge nella globalizzazione e nei suoi tormentati contorni). Ora il Festival continua…
9. …e continua sul presupposto che il “Popolo dello Scoiattolo” è attento, eterogeneo e composito. Le domande dal pubblico lo dimostrano. Tanti giovani, non troppi accademici in abiti civili, persone anziane…voci diverse che vogliono capire.
10. Lo ammetto. Qualcuno aveva attaccato su uno scoiattolo un adesivo con la scritta ‘spreconi’. L’ho fieramente staccato. E’ per questo che il ciclista con il casco (ma aveva un programma del Festival sulla canna della bici) si è fermato.
Per concludere con un pensiero che potrebbe far crollare alcune delle convinzioni del “Popolo dello Struzzo”: la Prima Ministra Mozambicana Luisa Diogo ha partecipato a tutte le possibili conferenze che ha potuto. Buon segno. Segno che il Festival interessa anche partecipanti non trentini e con un’altra Weltanschauung – persone che hanno voglia di capire.
L’esistenza di un mercato dell’informazione, come condizione di libertà dell’informazione, è il presupposto per la crescita della democrazia. Un sistema forte e articolato di newsmedia è indispensabile per la formazione di un’opinione pubblica democratica. Questi sono i pilastri della filosofia politica liberale, la bandiera della professione giornalistica.
Ma oggi come stanno le cose in realtà? Llyod, che lavora al Financial Times, è convinto che il mestiere del giornalista sia cambiato e i sacri principi non siano il fuoco che arde più forte nel petto di questa industria. I mostri sacri – dal Times a Le Monde, dal New York Times alla Frankfurter Allgemeiner – non vivono giorni felici. Gli attacchi si moltiplicano da fronti diversi. Uno di questi è la freepress, i giornali distribuiti gratuitamente, un fenomeno in costante crescita che rovescia lo schema tradizionale: il giornale non riflette più l’agenda di priorità dei giornalisti ma viene costruito a partire da quella dei lettori-consumatori, che i giornali assecondano. Una tendenza che partendo dalla freepress sta contagiando la stampa tradizionale.
Un secondo fronte d’attacco viene invece dai vincoli di bilancio, a loro volta figli di imprese editoriali che (come ogni azienda) non nascono per accumulare perdite. Il contenimento dei costi si riflette, per fare un esempio, nella riduzione di attività onerose come il giornalismo investigativo o il taglio di corrispondenti e sedi estere. I giornali ripiegano su attività meno complesse e costose, la qualità ne risente. Come ricordava anche Massimo Mucchetti l’altroieri, qui a Trento.
Il terzo fronte è quello dell’informazione low cost per definizione, internet, che ha rivoluzionato il mercato. L’audience dei media tradizionali ha subito il colpo della concorrenza dei webmedia, ma è soprattutto il modello di informazione ad essere stato terremotato con l’avvento del prosumer (il consumatore-produttore). Internet non rende l’informazione più accessibile solo a chi la cerca ma anche a chi la produce, sia che parli a una platea vasta o a un gruppo di amici su facebook. Seppure gli addetti ai lavori storcano il naso, Llyod non ha dubbi sul fatto queste forme nuove di giornalismo stanno modificando il mestiere, con un interminabile work-in-progress. Perché non è in discussione la necessità del giornalismo, insostituibile per alimentare il funzionamento di una società democratica. Ma non è detto che la prossima Anna Politkovskaya, di cui ci sarà sempre bisogno, verrà dal modo tradizionale di vivere questa professione.
Federico Rampini non è un economista. Ma non stupisce che la sua presenza al Festival Economia riempia la sala. E’ un giornalista, da anni inviato speciale, che vive in Cina e ce la racconta dalle pagine di Repubblica. Molti di noi, dopo aver letto il suo libro “L'impero di Cindia”(ISBN 8804551305) hanno imparato a guardare i due nuovi giganti dell’economia mondiale con occhi diversi.
Proprio la sua quotidiana conoscenza delle cose indiane e cinesi gli permettono di offrire una chiave di interpretazione molto più radicata nella realtà, rispetto ai freddi indicatori economici.
Cina e India sono accomunate da una crescita del PIL, negli ultimi anni, attorno a valori del 10% annuo. Combinando questo fattore al fatto che sono i due stati più popolosi della terra (la Cina ha 1,330 Miliardi di abitanti di abitanti contro i 1,148 miliardi dell'India, cfr CIAFactbook) possiamo farci un’idea di quella che sia la effettiva potenza economica di questi paesi.
Ma al di là della crescita c’è un qualcosa che divide i due paesi: il sistema politico.
L’India coniuga i grandi tassi di espansione dell’economia con il pìù grande sistema democratico del mondo.
La Cina, fa registrare tassi di espansione addirittura superiori, ma non è una democrazia.
Rampini ricorda che fino all'89 pensavamo che l'equazione mercato-democrazia fosse stata risolta a favore del nostro modello. L'avanzata travolgente e irresitibile del capitalismo democratico si è fermata.
Ma il sistema politico cinese è più complesso ed evoluto di quanto si creda da di fuori. Dopo gli abbozzi di rivolte studentesche, culminate agli occhi occidentali con Tienanmen, i vertici politici hanno fatto tesoro dell’esperienza.
Hanno integrato al loro interno i ceti medi urbani e le elite intellettuali che erano il terreno fertile del dissenso. Oggi tra gli iscritti del partito comunista sono di più gli studenti (30% del totale) rispetto a contadini e operai (29%) che ne costituiscono la base storica. Anche le politiche per favorire il rientro dei cervelli emigrati all’estero rendono evidente che chi rientra andrà a coprire posizioni che contano. In termini di prestigio ma soprattutto di potere e di vantaggio economico.
Questa doppia faccia dell’autoritarismo cinese è spesso sconosciuta.
Molti si chiedono se in Cina arriverà la democrazia. Gli eventi di quest’anno (olimpiadi e terremoto soprattutto) potrebbero accelerare il passaggio, ma non è detto che questo accada.
L’India invece cresce leggermento di meno, ma è una vera democrazia. Grazie al suo sistema federale è riuscita ad accomo accomodare al suo interno le grandissime diversità. Si stima che fra tre decenni supererà la popolazione cinese. Ma la sua bassissima età media è una grande risorsa in prospettiva. Significa grande percentuale di popolazione attiva e meno costi sociali. Per contro la Cina (con la sua politica abbastanza rigida del “figlio unico”) avrà presto bisogno di crearsi un welfare una assistenza sanitaria. Nel confronto tra le due nuove grandi potenze economiche non c’è dubbio che la Cina sia in testa. Ma è altrettanto evidente che nessun indiano sarebbe disposto a fare a cambio con un cittadino cinese.
Altra grande differenza è che l’India ha usato la globalizzazione per rendersi un partner ideale dei paesi occidentali, al di dentro del modello occidentale.
La cina invece è diventata di fatto un modello alternativo all'occidente.
Per i paesi che non vogliono diventare come noi, oggi esiste un modello alternativo. Di successo, anche se non democratico.
Ho avuto l’onore di un colloquio con l’inviato in Oriente del giornale "La Repubblica" nonché scrittore di grande successo, Federico Rampini. Mi sono presentato come un suo assiduo lettore e pertanto gli ho chiesto testualmente:
“Seguo da tempo la sua storia professionale e personale, ho notato i suoi spostamenti con tutta la sua famiglia. Nella Silicon Valley molto prima della new economy, a Pechino quando non si parlava per niente di Cina. Ecco, mi può indicare il suo prossimo spostamento, così mi porto avanti con le mie letture?”
Vi assicuro che il suo aperto sorriso mi ha sorpreso, ha mostrato una grande disponibilità spiegandomi con calma che al momento ha una visione molto ampia davanti, potendo spaziare per lavoro in tutto il continente asiatico. Non gli basta una vita, vorrebbe la reincarnazione, non esagero. Il suo articolato discorso poi è caduto sui suoi figli e, chiedendomi l’età dei miei, mi ha incoraggiato nell'apprendimento di una seconda lingua straniera, il cinese. Conosce molto bene l’inglese perché da bambino viveva all’estero e si dichiara estremamente fortunato per queste esperienze.
Molto sincero e disponibile.
C’era un tempo in cui dell’America del sud sapevamo tutto o quasi. Questioni di affinità culturale o politica, prevalenza di sentimenti internazionalistici, sta di fatto che fino ad una ventina d’anni fa in Europa – e in particolare nel nostro paese – ci sentivano molto vicini a quell’area del mondo. Poi una lunga serie di delusioni e involuzioni hanno allentato questo rapporto. Abbiamo cominciato a non tenere più il conto dei governi che si succedevano, abbiamo perso interesse per vicende che sembravano avvitarsi ossessivamente su se stesse.
Colpisce quindi sentire (da Valerio Castronovo e Alfredo Valladao) che nel prossimo decennio quella parte del globo è destinata ad assumere un ruolo sempre più importante, da protagonista. Per un motivo molto semplice: in America del sud è in corso una trasformazione epocale e noi eravamo distratti dal pensiero che nulla di nuovo sarebbe venuto da quell’angolo di mondo. Invece non è così.
Per quanto sia improprio parlarne in termini di unità geografica (non esiste qualcosa come l’America Latina, le diversità tra paesi sono enormi) un tratto che gran parte dell’area ha in comune consiste nella transizione da un’economia di rendita (fondata sulla vendita di materie prime da parte di oligarchie) ad una vera economia di mercato, animata da imprenditori che non si limitano a restare dentro i propri confini per farsi comprare ma si proiettano sulla scena globale senza titubanze. Allineata a questa, una seconda decisiva transizione: quella da democrazia retorica (in cui l’appartenenza alla cultura democratica occidentale era tradotta formalisticamente, con un approccio elitario, populista e clientelare) ad una democrazia rappresentativa di massa, pretesa con decisione da vasti settori di una società sempre più informata, esigente e sicura dei propri diritti.
Quindi il binomio democrazia e mercato nei paesi latino-americani, per la prima volta nella loro storia, non è vissuto nel senso di un’opposizione inconciliabile. Anche se con modelli differenti, come sintetizza Valladao: i paesi affacciati sul Pacifico (dal Cile al Costarica) hanno scelto la globalizzazione estrema per specializzarsi in alcune nicchie del mercato mondiale, il Brasile gioca invece da global player e cerca di proporsi come leader-aggregatore di un grande mercato sudamericano in grado di pesare sulle scelte mondiali, mentre il Venezuela di Chavez sembra riproporre il vecchio schema dell’economia di rendita, in cui il petrolio fa da collante ad un regime clientelare e populista (arcaico, lo definisce Valladao).
Fernando Henrique Cardoso, presidente del Brasile prima di Lula, spiegava così il problema dell’America del sud: non siamo paesi poveri, siamo paesi ingiusti. Il racconto di quanto sta avvenendo non nasconde che il problema è ancora quello, ma indica un movimento finalmente non più elitario per affrontarlo.
Le innovazioni tecnologiche richiedono solo una frazione della forza lavoro rispetto alla grande quantità di manodopera necessaria per la produzione industriale nei decenni precedenti. Per inquadrare correttamente la relazione globalizzazione–disoccupazione, si evidenzia che non esiste un legame diretto (e inversamente proporzionale) ma dobbiamo avere una visione pluridimensionale del problema occupazionale. Nel dettaglio, la disoccupazione dipende anche da molti altri fattori: tasso d'interesse, livello degli investimenti, produttività, valore delle retribuzioni, normative e non ultima la formazione.
Ecco perché la competitività non riguarda soltanto l’industria ma ciascun cittadino, poiché vi è un forte legame fra la globalizzazione, la formazione e l’occupazione. Ma questo processo è aggravato dal fatto che una piccola ma rilevante parte della popolazione sembra essere scivolata fuori dal mondo del lavoro. Le mansioni comuni, che un tempo procuravano un ragionevole salario, oggi non consentono di mantenere un decente standard di vita. Estremizzando, ma non troppo, l’economia può crescere lo stesso anche senza il loro contributo, purtroppo.
Massimo Gaggi e Edoardo Narduzzi presentando il loro libro “Piena disoccupazione” puntano sulla creatività individuale. Prevedono a breve una fusione dei tradizionali rapporti di forza nell'ambito del lavoro e ognuno su Internet offrirà e domanderà con le sue proprie competenze. Chiamano questo settore nascente il “quaternario”.
In altre parole, la parcellizzazione ed individualizzazione dei rapporti di lavoro.
E’ un fatto acclarato che il progresso tecnico ha guidato il cambiamento degli ultimi cinquant’anni. Il capitale essendo per sua natura mobile e flessibile si è adattato bene al cambiamento. Il problema è che il fattore produttivo più importante, il lavoro, è rimasto rigido, immobile. Di qui la flessibilità.
Però la precarietà è anche una conseguenza di un sistema che ha fallito –riferisce Michel Martone docente presso la LUISS- ci sono lavoratori super protetti, e sui tanti giovani ricade tutto il maledetto onere di far competere questo Paese.
Democrazia e trasparenza nelle imprese? Più facile divagare su bilanci sociali, codici etici e corporate social responsability, rendendo conto di opere d’arte acquistate e opere di bene finanziate, che assicurare comportamenti specchiati in fatto di governo delle aziende. La storia, specie la più recente, è piena di pessimi esempi di come l’impresa può diventare zona franca rispetto all’assunzione pubblica di responsabilità. A dispetto dei maquillage di cui sono esperti uffici stampa e società di pubbliche relazioni, per nascondere buchi o magagne che nessun bilancio sociale potrà mai compensare. Dalla distorsione introdotta con il dilagare delle stock options alla cosmesi sui bilanci da parte di chi dovrebbe garantirne la correttezza, le locuste agiscono con disprezzo per la creazione di altro valore che non sia quello che finisce nelle loro tasche. Lo diceva Guido Rossi ieri, oggi lo ribadiscono Tabacci, Gallino, Ghidini e Grande Stevens. Non si tratta di poche mele marce, come spesso viene sostenuto per minimizzare. I problemi strutturali del sistema finanziario sono all’origine di comportamenti nel governo delle imprese che un tempo non sarebbero stati tollerati. E’ l’effetto della regola del 15%, quella che il mercato finanziario impone alle imprese: producete quel che vi pare, dove vi pare, nelle condizioni di lavoro e ambientali che volete, ma assicurateci ogni tre mesi il quindici per cento di ritorno del nostro investimento su di voi. Tutti d’accordo, unanime condanna. L’economia reale è vampirizzata dall’economia finanziaria, il lavoro dal capitale, che ne succhia fino all’ultima risorsa obbligando ad accelerazioni che finiscono per distruggere più di quanto si crea. Peccato che quando si discute in pubblico i vampiri non si facciano mai vedere. Forse il Festival dovrebbe introdurre anche sessioni notturne?
Il discorso di Guido Rossi segue il volo della fenice verso il rogo. Dove la fenice, nella metafora del grande borghese illuminato, è il capitalismo giunto al termine di una lunga fase della sua vita: cominciata con l’avvento della grande democrazia azionaria americana e finita con l’estremismo finanziario governato da istituzioni senza controllo.
Fino agli anni ’50 nel più grande mercato borsistico del mondo, gli Stati Uniti, il 92 per cento delle azioni erano possedute da persone fisiche, in possesso anche di piccole quote. Oggi meno del 30 per cento delle azioni rappresentano l’investimento di individui che affidano alla borsa i propri risparmi. La figura dell’azionista si è trasformata con il sopravvento di nuove istituzioni: come i fondi che, nelle varie incarnazioni e forme, coltivano obiettivi e interessi non coincidenti con quelli del singolo risparmiatore. Una trasformazione non limitata agli azionisti ma naturalmente estesa alle società per azioni e agli strumenti finanziari (con l’esplosione moltiplicatoria di titoli atipici, sempre più complicati da conoscere e quindi opachi nel funzionamento).
E’ mutata la concezione stessa del capitalismo, in un processo di progressiva finanziarizzazione che scioglie il rapporto tra denaro e beni materiali e genera la “liquidizzazione” del mercato. Un mercato al quale i muscoli del supercapitalismo hanno cambiato i connotati, fino a rovesciare il principio che assegnava appunto al mercato la capacità di premiare i migliori e che oggi invece vede premiati i maestri della manipolazione.
Non lascia molte speranze Rossi riguardo alle conseguenze di questa situazione. La finanza sciolta da ogni controllo sta creando rischi di fronte ai quali l’ultima crisi, quella dei sub-prime mortgage, è un’inezia. Non serve incalzare Rossi per chiedergli di concludere la chiacchierata con qualche elemento di speranza. Lo sguardo si fissa nel vuoto e il grande illuminato resta muto.
Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corriere della Sera, lo dice senza mezzi termini: le redazioni dei giornali italiani sono afflitte da conformismo culturale. La realtà che rappresentano è solo in parte quella là fuori, dall’altra parte della strada, dove manifesta un gruppo di licenziati di un’azienda mantovana del gruppo Debenedetti. Sfogliando i giornali di questa settimana l’Italia che rappresentano è piuttosto quella del decreto “salvaretequattro”: argomento tutto sommato marginale rispetto ai processi reali del paese, ma appetibile ai fini di un dibattito tutto interno al circuito politico, fondamentalmente intra-casta.
Un male non solo italiano, visto che in tutto il mondo la crisi del giornalismo d’inchiesta va di pari passo con il taglio dei costi, guida invisibile e ferrea del giornale-impresa. Che si paga in termini di qualità, profondità e documentazione; e di conseguenza in termini di pluralismo. La professione è sotto pressione, ma non per l’ingerenza di proprietà più invasive che nel passato, per la concorrenza dei nuovi mezzi di informazione creati dal web o per il condizionamento di poteri economici meno tolleranti. L’economia c’entra, ma è quella dei conti che devono tornare e quindi pongono vincoli, come avviene in ogni impresa a corto di investimenti, che finiscono per incidere con mano pesante sulla qualità. Facilitando la vita al conformismo, che si insinua a costo zero nelle redazioni.
Detassiamo gli straordinari, lavoriamo di più per cambiare sempre più spesso gli oggetti tecnologici nelle nostre tasche (telefonini) e nelle nostre case (televisori) e non abbiamo tempo -e soldi- per avere figli. Si dovrebbe trovare una soluzione immediata a questo modello aberrante o andremo a sbattere.
Partirei dal comportamento dei cittadini-consumatori, dobbiamo iniziare da qui... per forzare le imprese a cambiare i metodi di produzione ed arrivare ad una evoluzione delle statistiche internazionali. Non esiste solo l’utilità dell’azione nel mondo e neanche si può descriverlo solo con formule o indicatori.
Come afferma Annie Leonard con un bel video, la filiera attuale è composta da: estrazione, produzione, distribuzione, consumo e smaltimento. Nel prezzo degli oggetti che stiamo pagando c’è una esternalità che ci torna indietro in termini di esaurimento delle risorse ed inquinamento assorbito con un ritmo davvero insostenibile. Abbiamo un sistema lineare in un mondo limitato. Non può funzionare.
E’ meglio frenare lo sviluppo se siamo in una crescita in deficit. Se non ci sono risorse sufficienti in termini agrari ed energetici, forse è meglio rallentare. Non possiamo lasciar fare ai prezzi del mercato. L’economia dice che qualcosa ha valore solo se ha un prezzo, anche se sappiamo che non sempre è così.
Tra i commenti che ho sentito riporto che il mercato è concorrenza, bisogna vincere e chi perde si estingue. Invece la vita è vivere, partecipare non vincere.
Pertanto il libro scritto e spiegato da Dacrema è stato un pretesto per ampliare il discorso su temi dell’etica e della filosofia. Su questo tema c’è stato anche uno scambio di battute e una persona del pubblico ha detto che gli economisti non dovrebbero occuparsi di filosofia. L’autore ha risposto che Adam Smith, prima di essere uno dei più grandi economisti, era un professore di filosofia morale allora colui che ha fatto la domanda si ripropone e dice: “Appunto, ho detto che la filosofia comprende l’economia, non il contrario”. Esilarante.
Il professor Giorgio Rodano ha fatto sempre l'avvocato del diavolo, spiegandoci che il PIL pro capite non è da buttare via ma deve essere affiancato da altri indicatori, poiché non misura la distribuzione del reddito. Devo ammettere che ho una stima enorme per lui, ho studiato sui suoi libri, se sono qui lo devo anche al modo in cui ha divulgato il suo sapere sul pensiero economico. Gli ho stretto la mano ringraziandolo.
Non si può concludere un post sul tema in oggetto senza menzionare il video di Bob Kennedy del 1968 (pochi mesi prima della sua morte). Lo abbiamo ascoltato in questa splendida biblioteca di Trento, è stato molto emozionante.
Poi ci sono i luoghi del nostro paese offesi dal pizzo e dalle pratiche che negano mercato e democrazia. Terre della 488 e del fiume di denaro pubblico che gli imprenditori anti-racket (Ettore Artioli, Maria Teresa Morano) denunciano come fattore di distorsione.
Il nostro mezzogiorno, che non vuole sentirsi agli antipodi di Trento e che vorrebbe non sentirsi diverso. Fatto di storie che si assomigliano e si ripetono. Di fronte alle quali le parole si seccano perché – per chi non le vive di persona – raccontano vicende che superano l’ordinaria comprensione. Perché tutto è meno che ordinaria la realtà in regioni dove, quando si tratta di legalità e di diritti, sembra che non ci sia alternativa all’eroismo.
Dove il colore che prevale è ancora il grigio: quello delle aree tra economia e criminalità organizzata, tra politica e poteri illeciti, in un sistema di relazioni difficile da penetrare e ancora più difficile da sconfiggere. Come raccontano dal fronte giudiziario Liliana Ferraro e Michele Prestipino. Racconti che si intrecciano, si moltiplicano. Provocando emozione in chi attraverso le loro parole si rende conto, una volta di più, che il confronto è impari quando oppone testimonianza disarmata e potere armato degli affari.
What makes a Terrorist? Povertà e basso livello di istruzione sono la caratteristica sociologica dei terroristi dei nostri giorni? Così si è detto, scritto e ripetuto per anni. Non così dice e scrive Alan Krueger, che riporta il terrorismo ad atto politico e non a scelta indotta da motivazioni economiche o marginalità sociale. Secondo l’economista di Princeton è più facile che il terrorista nasca nella classe media frustrata, in società povere non di reddito ma di strumenti di espressione pacifica della protesta, che non tra la popolazione indigente. Krueger parla di dati, ricerca correlazioni tra terrorismo e sviluppo economico, descrive un profilo contemporaneo del terrorismo piuttosto diverso da quello che i governi occidentali (Usa e Gran Bretagna in testa) pensano di combattere.
a sua ’analisi, ad esempio, mostra che il sostegno all’azione terroristica, dal Marocco alla striscia di Gaza, aumenta con il livello di istruzione: è più diffuso tra studenti e popolazione laureata che tra disoccupati e popolazione con scarsa istruzione. Un confronto tra kamikaze palestinesi e popolazione palestinese della stessa età mostra che il bacino da cui provengono i primi non è quello dell’ignoranza, né ha a che fare con la disperazione in cui versa chi non ha prospettive di crescita economica. Al contrario, gli attacchi-suicidi vengono da giovani che appartengono alla popolazione più benestante e meglio istruita. Stessi risultati se si guarda alla composizione dei militanti Hezbollah morti in azioni terroristiche. Idem ancora per i membri di Al-Qaeda (dove, come è noto, c’è una buona percentuale di “skilled professionals”).
La motivazione principale del terrorismo, dice Krueger, non va ricondotta dunque alla povertà economica. L’analisi dei costi di opportunità economica nel diventare terrorista mostra una chiara simmetria: sul lato dell’offerta, prevalgono fattori come il risentimento o la fede nella causa, mentre sul piano della domanda le organizzazioni terroristiche preferiscono selezionare membri più adatti a garantire il successo delle proprie azioni, dunque più formati e meno prevedibili, rispetto allo stereotipo del terrorista che nasce dalla povertà. D'altra parte per pilotare aerei contro le torri gemelle servivano ingegneri e non diseredati.
Tutto questo però non sembra aver condizionato le scelte della politica. Krueger ricorda quanto ha dovuto battagliare, a partire dal settembre 2001, per denunciare l'orientamento delle autorità statunitensi verso una sistematica sottostima dei dati del fenomeno, spinta fino a forme plateali di manipolazione dell'informazione statistica (per generare nell’opinione pubblica la percezione di un controllo della situazione). Ma quando finalmente i dati sono stati recuperati, e il quadro si è potuto valutare nella sua interezza, è apparso chiaro come anche a livello di paesi valgono le stesse considerazioni individuate per quanto riguarda l’origine soggettiva del fenomeno terrorista: non sono i paesi più poveri quelli che “producono” terrorismo, ma quelli con diritti civili più deboli e minore libertà politica.
La forza dell’analisi ci mette di fronte ad una lettura non convenzionale del terrorismo. Resta però un dubbio, alla fine di questo smontaggio delle tesi ufficiali: non sarà malgrado tutto che Krueger, riportando il terrorismo alla sua natura politica anziché di risposta alle condizioni economiche, finisce per portare argomenti a favore di chi sostiene la necessità di interventi "hard" (leggasi militari) per ripristinare diritti civili e libertà politiche, a scapito degli interventi "soft" di chi sostiene le ragioni dello sviluppo economico e sociale?
Le sue tesi privano i leader interventisti (da Bush a Blair) della principale motivazione con cui hanno giustificato le proprie scelte, nel tentativo di renderle accettabili all’opinione pubblica. Ma forse, all’origine delle tesi che Krueger smonta, la consapevolezza della natura politica del fanatismo non è mai mancata. Riservata a pochi e nascosta ai molti. Dalle segrete stanze il professore di Princeton l’ha portata in pubblico, mettendone a nudo il meccanismo.
Ho assistito all’incontro dove le potenti associazioni artigiane hanno provveduto subito a lanciare il dibattito prendendo spunto dall’ossimoro di Tommaso Padoa-Schioppa: Le tasse? Bellissime.
Da qui è partita una classica richiesta di autonomia, federalismo, protezione e speranza di Stato minimo.
Tutti vorrebbero che gli Stati avessero nell’economia un ruolo non di finanziatori-imprenditori, ma di arbitri contro i monopoli e contro tutte le forme di ostacolo alla concorrenza. Tutti, a parole, auspicano queste posizioni tranne quando le cose vanno male.
Ma non è trasparente il loro discorso. Non è chiaro se vogliono più Stato o meno Stato.
Giorgio Tonini ritiene che sulle tasse si fonda lo Stato e che la democrazia moderna è nata in Inghilterra con il principio “no taxation without representation”.
In aggiunta si focalizza sulla crescita perché è importante, quando diminuisce i più forti si difendono meglio e aumentano le diseguaglianze. In effetti se lo Stato è debole, spesso non ha la forza di ridistribuire efficientemente le risorse. Facciamo un esempio con l’istruzione, che è una tipica esternalità positiva.
Se la scuola funziona male i più poveri non potranno permettersi i migliori percorsi formativi. Sicché restano impossibilitati a muoversi verso l’alto sulla scala sociale.
Insomma, una sessione dove ognuno ha difeso le sue posizioni e rivendicato le sue istanze parlandosi un po’ troppo addosso.
Come diceva Goethe, “Quando le idee vengono meno, le parole tornano molto utili”.
Lo sguardo di Bergkloef indaga vicino. Mentre altri si preoccupano di Cina, India o Brasile, la sua analisi mette in luce quanto diffusa sia l’insoddisfazione e l’instabilità sociale nei paesi che un tempo facevano parte dell’Unione Sovietica. I dati che presenta vengono da una ricerca della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e della Banca mondiale (Life in Transition Survey, 2006). La realtà che riflettono parla di un passaggio in cui solo pochi hanno visto migliorare sostanzialmente la propria condizione di vita, in termini di reddito e di livello dei servizi e delle strutture pubbliche.
Nessuno vorrebbe tornare indietro, molti però speravano in una transizione più veloce e soprattutto più capace di distribuire equamente nuove opportunità. Il sentimento collettivo (anche se i paesi non sono tutti uguali, e le dinamiche hanno velocità diverse) è che il processo di trasformazione in democrazia si sia arenato, la crescita economica non sia abbastanza diffusa e diversificata, il capitale umano sia troppo spesso sottoutilizzato rispetto al passato.
La società in quei paesi ha subito uno shock profondo e l’immagine di sé che comunica è quella di chi si attende un assestamento ancora lungo prima di vedere la fine della transizione. Le prospettive sul piano personale tendono ad essere negative, mentre si trasferisce nel futuro, verso le prossime generazioni, l’uscita da questa situazione di incertezza. Di fronte alle parole-chiave di questo Festival, l’incertezza dei nostri vicini sembra tradursi in una richiesta di più democrazia e in un sospetto più forte nei confronti del mercato. E grande sfiducia su chi dovrebbe garantire la prima e controllare il secondo. Ma questo non sembra sia un problema solo in quei paesi.
Vivere meglio. In raffronto a chi, a quando? Cosa vuol dire meglio e su cosa si misura? Una prima risposta è che il “meglio” dipende dalle aspettative e queste sono il risultato di una costruzione sociale. L’avanzamento si misura nel confronto con ciò che si era nel passato e rispetto alla condizione di chi ci è attorno, che sono i riferimenti su cui rileviamo il senso e la velocità del nostro movimento. In una prospettiva che considera la direzione della storia puntata verso l’acquisizione di quote sempre maggiori di benessere da parte di settori sempre più larghi della popolazione.
Salvo che il movimento in avanti – che avvertiamo come naturalmente desiderabile – non è una legge di natura. Capita quindi che la storia possa conoscere anche degli stop o degli arretramenti, con conseguenti fasi di scontento e pessimismo sociale. Ciclicamente le società sono percorse da tentazioni difensive e reazioni protezionistiche: come nella storia statunitense mostrano corsi e ricorsi osservabili nell’atteggiamento di apertura o chiusura nei confronti dei flussi migratori provenienti dall’estero, di cui Friedman racconta. Richiamando la realtà di un percorso che non sempre è stato lineare e coerente, malgrado il mito del melting pot tenda a farlo dimenticare.
Dunque non è un problema nuovo quello che ci troviamo ad affrontare ai nostri giorni e nel nostro paese. Ma proprio perché non è nuovo, vale la pena di riflettere sull’insegnamento che viene da questa alternanza di fasi, che mostra come nei cicli positivi si sia sempre stabilito un rapporto di mutuo sviluppo tra crescita economica e “crescita morale” delle società (in termini di apertura, tolleranza, solidarietà, accoglienza), mentre alle fasi di difficoltà economica si è sempre accompagnato un impoverimento anche morale delle società. Tanto che, è la tesi di Friedman, bisogna fare molta attenzione a considerare i valori materiali della crescita economica separati (o addirittura in opposizione) rispetto ai valori morali di una società. E viceversa.
E bisogna pensarci due volte, si potrebbe concludere, prima di assecondare le spinte difensive della società impaurite, perché ad ogni chiusura etica fa seguito – più prima che poi – un impoverimento economico.
Siamo in tantissimi, c’è troppa confusione (ma non baldoria, del resto siamo nel profondo Nord) forse si poteva realizzare in una città più grande con auditorium più capienti ma poi pensandoci bene, fare lo slalom tra le macchine onnipresenti... no è meglio qui, tra quest’aria di montagna d’estate (anche se oggi piove).
Qui stiamo quasi raddoppiando la popolazione eppure il sistema regge, l’organizzazione fa più del possibile.
Monti inizia raccontando la storia dell’integrazione europea, e lo vede come un processo per la trasformazione politica del continente. Mentre il professor Scarpa che l'ha preceduto nell’intervento ha individuato alcuni “sovrani” per tutte le precedenti fasi di globalizzazione, Monti chiama in causa Jean Monnet per l’attuale processo in corso. Contestualizza il dibattito con la frase: “Monnet è stato l’inventore dell’integrazione europea con metodo di governo”. Ripete più volte il seguente concetto dell’obiettivo, dello scopo condiviso. Si vede che ci tiene molto e lo spiega come se fosse una regola matematica.
Parte subito a spiegare l’impegno profuso dal governo Prodi del 1996 che, dopo aver ottenuto l’accesso all’Unione “si è sfaldato dopo pochi mesi”.
E ancor prima quando cadde il muro di Berlino, la sconfitta del nemico del capitalismo ne mostrò tutti i limiti ed è ancora in pericolo il nostro attuale modello di sviluppo (perché non c’è più l’alternativa). Come non concordare quando afferma che: “Abbiamo agito più per costrizione che per convinzione”. E vorrebbe che tutti gli Stati, in autonomia, dedicassero lo stesso impegno per gli obiettivi di Lisbona.
Davvero simpatico quando, con la sua proverbiale pacatezza, rispondendo a una domanda sul nucleare (è favorevole, ma non si dichiara esperto) sorridendo dice: “quando sapremo gestire gli scarti a Napoli allora mi sentirò più sicuro”.
Oriana Bandiera ha presentato al Festival dell'economia una ricerca sul management delle imprese italiane. La conclusione non è sconvolgente.
Sono troppe le imprese in Italia che assumono i propri manager in base a criteri di fedeltà e di "omogeneità" con le posizioni dell'azienda, piuttosto che in base alle capacità gestionali e al rispetto di criteri di indipendenza (quelli, per intenderci, che valgono per le imprese internazionali). E sono le imprese che vanno meno bene.
Scontato? Non sempre si ricerca per scoprire il nuovo; a volte conta l'evidenza documentata di quanto ci sembra di sapere, per via intuitiva. Questo è uno di quei casi.
Diversità nella distribuzione del reddito e diversità etniche o religiose sono in rapporto reciproco? E come incidono le seconde nel conflitto per l’allocazione delle risorse, quando frammentano la società in gruppi di “special interest” che contraddicono l’appartenenza ad un interesse generale di “classe” (come avviene, ad esempio, nel caso di una parte della popolazione più povera che si riconosce in un sottoinsieme sociale caratterizzato dal punto di vista etnico o religioso)? La risposta di Gilat, in termini di teoria economica, è che le dinamiche di una società in cui convivono molte diversità etniche e religiose (dove si ha la presenza di forti “special interest”) favoriscono alleanze politiche tra interessi particolari a danno di scelte di governo in nome dell’interesse generale (ad esempio per livelli di tassazione o per forme di redistribuzione). Dai dati (di una ricerca in Indonesia) Gilat fa emergere quali siano gli effetti di queste dinamiche: in una società democratica e eterogenea, con molte differenze etniche al proprio interno, la situazione della popolazione più povera è paragonabile a quella di una società oligarchica e differisce sostanzialmente da quella di una società democratica e omogenea dal punto di vista etnico-religioso. In altre parole: quando i poveri si dividono in gruppi a trarne vantaggio sono sempre le élites ricche (e la minoranza etnica con cui di volta in volta la minoranza ricca si allea per dettare le proprie regole). Qualcuno tempo fa aveva scritto “proletari di tutto il mondo unitevi”. Appello che suona sempre più improbabile. Gilat oggi suggerisce che quando ci sono di mezzo differenze etniche e religiose neanche le istituzioni democratiche riescono a migliorare le condizioni di vita della popolazione più povera. La spinta a mantenere la propria diversità vince anche sulle considerazioni economiche.
Demodé. Per sua stessa ammissione. Come non può non essere chi predilige parlare sotto voce, usando i toni di grigio. Magari qualcuno preferisce tinte più forti, ma contrasterebbero con il ragionamento, paziente, con cui Monti tenta di spiegare che l’Europa – negli ultimi tempi così poco amata e considerata dai suoi stessi cittadini – è stata un miracolo politico che dovrebbe farci sperare per il futuro. Anche per come al proprio interno sta riuscendo a temperare il mercato con le regole della democrazia. Un esercizio solitario, che sottopone il nostro continente alle pressioni di altre aree del mondo in cui le regole poste al mercato dalla democrazia politica non sono altrettanto efficaci. E lo dice chi si è impegnato in prima persona ad applicare le norme della concorrenza ad aziende come Microsoft. Parola di Melinda - ricorda Monti – che ha confessato a questo professore milanese come il suo nome ricorresse spesso nelle conversazioni in casa Gates. Da un tecnico che difende gelosamente la propria “incollocabilità” negli schieramenti di partito, un’orazione pacata a favore della politica, responsabile del governo della società attraverso strumenti potenti come la redistribuzione del reddito e della ricchezza mediante fiscalità. Idea fuori moda, appunto, come questo vecchio professore che parla a bassa voce.
Chi si aspettava risposte ottimistiche sarà stato deluso. Da vero “liberal” Krugman non crede nel determinismo. In nessuna delle due direzioni: la democrazia fa bene al mercato ma non ne è un requisito irrinunciabile (vedi gli autoritarismi capitalistici, dal Cile alla Cina), il mercato aiuta la democrazia a liberarsi dal condizionamento di corporazioni e interessi, ma non ne garantisce l’avvento. La storia è piena di esempi che mostrano come non esistano correlazioni automatiche tra mercato e democrazia. Si mettano il cuore in pace quanti salutano ogni espansione (del mercato, della democrazia) come un dato acquisito e irrevocabile.
Le bandierine piantate sulla mappa del mondo così come vengono collocate possono anche essere tolte. E prima di impegnarci in previsioni su quanti anni occorreranno alla Cina capitalista per diventare la più grande democrazia del mondo, è bene chiedersi come evitare che le democrazie storiche – gli Stati Uniti, per citarne una a caso – regrediscano a regimi meno aperti e trasparenti. Perché, è il punto di Krugman, la qualità di un sistema democratico non si misura in punti di PIL ma in competenza e onestà della propria classe dirigente. E la storia recente dimostra che rischi per la democrazia possono venire da dove meno ce li si aspetta...
L’espansione della sfera economica ha oramai toccato quasi tutti gli Stati, in senso positivo quando ha contribuito alla crescita e allo sviluppo, in senso negativo quando ha portato sfruttamento sia umano sia delle risorse naturali. Anche alcuni beni e servizi che un tempo non erano scambiabili e trasportabili ora lo sono diventati. E da qui è nata l’ultima ondata dell’odierna globalizzazione. Invece la democrazia non è un modello esteso dappertutto, purtroppo.
Krugman fa un po’ il bastian contrario. Se lo può permettere. Mentre molti di noi sono convinti che i mercati abbiano sopraffatto la democrazia lui elenca alcuni casi che contrastano con tale visione molto diffusa.
Una dimostrazione sono gli USA che dalla fine del New Deal in poi la politica ha creato grande diseguaglianza tra i cittadini, non è stata solo l’economia. Poi stupisce quando mostra dei grafici riguardanti le proiezioni a lungo termine delle crescite di Cina, Russia e USA. Ripete che sono dati da prendere con le pinze, tutto può cambiare, ma il fatto che dal 2022 le principali potenze economiche non saranno democratiche è alquanto impressionante.
Dall’analisi statistica non c’è una chiara evidenza che la democrazia porta con sé una crescita maggiore rispetto a quello che lui chiama il “capitalismo autoritario” (Cina e Russia essenzialmente). Ma la democrazia porta con sé una migliore protezione sociale per i cittadini che sono protetti dalle istituzioni, qui non c’è alcun dubbio.
E’ davvero felice quando narra le storie dei Paesi dell’America Latina, del NAFTA (Nord America Free Trade Area) che aveva anche l’ambizione di portare pienamente il Messico ad una piena democrazia. In tutta l’area la democrazia ha compiuto passi da gigante se compariamo la situazione attuale con gli anni settanta. E se la Cina diventasse domani una democrazia continuerebbe la sua crescita e sarebbe un Paese migliore.
Si è inoltrato a lungo sul sentiero della critica all’amministrazione Bush. Tutto ampiamente condivisibile soprattutto quando denuncia i regimi di controllo e limitazioni a cui sono stati sottoposti i cittadini americani (e non solo) dopo l’11 Settembre. Una reazione spropositata che aveva altri fini di controllo politico.
Qui non ne parliamo, chi legge Krugman sulle colonne del New York Times conosce bene le sue idee in proposito.
C’interessa quando ringrazia Keynes per averci impedito di ripetere gli stessi errori (con il suo libro: Le conseguenze economiche della pace) e che ha provato a salvare la democrazia senza farci diventare tutti stalinisti.
Di di tutti gli altri attacchi a Bush saranno pieni i giornali di oggi.In questo Festival pieno di ragazzi, la gente sta bene e si diverte alla faccia della scienza triste. Gran bel posto qui, sono contento.
Si trovano in giro tanti studenti allegri e qualche viso con espressione da intellettuale. Le sessioni trattano la battaglia delle idee tra Stato e mercato, quindi i tipi da SUV restano alla larga, meno male. Del resto, che avrebbero da sentire? Qui si sciolgono visioni, trend sui probabili sviluppi futuri della Cina e Russia essenzialmente.
Non è previsto nessun immediato beneficio per le proprie finanze.
Alla presentazione del Festival Tito Boeri, andando sempre a braccio, è stato poco accademico e molto brillante ed è sembrato molto a suo agio nel presentare il tema di quest’anno: Mercato e Democrazia.
Non riuscirei a pensare ad un’altra persona.
Tra i discorsi che mi hanno più colpito c’è certamente l’intervento di Corrado Passera amministratore delegato di Intesa SanPaolo, che molto simpaticamente ha dissentito sul titolo del Festival. Avrebbe voluto invertire i termini poiché ritiene sempre che ci debba essere il primato della Democrazia sugli aspetti di mercato. Poi ha continuato sul tema con tante belle parole senza che gli saltasse in mente che i profitti accumulati dalle più grandi banche Italiane arrivano ad equivalere a qualche manovra finanziaria.
Qui stiamo parlando di risorse sottratte alle imprese (e dai cittadini che pagano mutui e vessati da costi molto alti) a totale detrimento della competitività di questo Paese.
Può un blogger esprimersi in questi termini?
Vorrei offrire alla vostra attenzione la mia soggettività nell’interpretare tutto quello che vedo e sento in questi giorni.
Una considerazione riguardo la libertà di raccontare questo Festival.
1. Non abbiamo un editore che pagandoci ci può controllare.
2. Non abbiamo un pubblico predefinito che dobbiamo soddisfare, nessun target, magari una community...ma è un concetto molto più lasco.
3. Nessuna pubblicità da rispettare.
Solo passione allo stato puro. Impagabile.
Invece il direttore del Sole 24 ore Ferruccio De Bortoli ha stimolato l’appetito elencando molto esaurientemente il menù di quest’anno. Tra i temi più critici: governance della globalizzazione, energia, materie prime etc.
Poi ha accennato al dibattito che c’è tra il ruolo dei media e la democrazia, un tema affascinante senza dubbio. Non si è espresso direttamente rinviando a sessioni dedicate al tema (è previsto un incontro con Fedele Confalonieri) un successivo approfondimento. Vedremo e sentiremo.
Speriamo di saziarci nelle prossime sessioni, ma ne dubito, ci verrà una fame più grande.
Ed eccoci qui tra gli scoiattoli. E’ così che si chiamano gli appassionati di Economia che prendono il nome dal logo di questo Festival arrivato con un successo sempre crescente alla sua terza edizione.
Ho disteso i miei 2 mq di pelle in queste belle sale dove si svolge il Festival.
La pelle è l’organo più esteso (per il calcolo andate su: http://www.halls.md/body-surface-area/bsa.htm) . Quindi cercherò di trasferire tutto quello che “sento” sui miei 2mq di pelle. Sono pronto a sentire se tutti i grandi invitati parleranno proprio di temi che mi sfiorano o se voleranno a 10.000 metri d’altezza. Probabilmente troverò un mix tra questi, ma vorrei proprio raccontarvi cosa mi ha colpito e cosa che invece mi è passata attraverso senza sensazioni.
Qualcosa o qualcuno colpirà e brucerà la mia pelle, sentirò il dolore ma potrò anche essere trapassato da raggi X che non suscitano dolore, ma i danni li vedremo dopo.
Non sono qui per lavoro, ma solo per passione, senza nessun accredito stampa. L'unico accredito me lo da la mia credibilità: basterà?
Sarà la libertà di fare senza vincoli, incontrare persone che stimo che mi ha portato qui...è ovvio che c’è del sacrificio ma non sento questa fatica.
Mi ritrovo un po' perplesso, da vecchio consumatore di libri e riviste mi ritrovo ora a partecipare attivamente all’evento.
Mi chiedo a cosa devo tutto questo: solo alle nuove tecnologie?
Non credo, poiché scaricare i video delle sessioni nei giorni successivi (ammesso che ci sia tempo) toglie le sensazioni che i sensi possono raccogliere e memorizzare.
O anche alla massima di McLuhan: “Il pubblico è il contenuto”?
La più probabile spiegazione è che la domanda d’informazione genera l’offerta.
In questo modo, accanto alla copertura mediatica dell’evento, i blogger limitano al massimo l’asimmetria informativa.
Oppure l’offerta di più strumenti di comunicazione crea fatalmente una maggiore domanda d’informazione. (cfr. Luca De Biase su http://blog.debiase.com/stories/2005/07/13/informazioneVComunicazione.html)
Se non fossi qui a raccontare le mie sensazioni non avrei avuto stimoli per prepararmi sufficientemente bene per questo Festival. Ciò può sembrare strano, ma ora comprendo molto meglio lo studio cui si sottopongono i buoni giornalisti. Per evitare di farsi sventolare senza forma a ogni soffio di vento bisogna dare un po' di sostanza e consistenza a quello che si espone.
Anche la pelle se volete.
Non ce l'ho fatta. Ho saltato l'apertura del Festival Economia.
Di ritorno da un viaggio americano che non so ancora se definire business o turismo, non sono riuscito ad essere a Trento per l'apertura.
Speriamo nei voli low cost e nel web.
E forse questo non è un ripiego, ma un uso coerente di quello che questo mondo nuovo mi mette a disposizione. Grazie ad una rete di amici sono riuscito ad entrare in questo forum. Una rete è un qualcosa che imprigiona, fa impigliare, preclude. Forse è meglio definirla una community (anche se la parola non mi entusiasma).
Riflettendo su queste nuove tecnologie, con una delle tante finestre del browser aperta sul sito di una compagnia aerea e un'altra aperta sul festivaleconomia, sono inciampato in una notizia.
Ad una conferenza della sua società, Hugh Dradlow (CTO di Telstra, azienda australiana leader nelle telecomunicazioni) si è presentato in forma di ologramma. Per la prima volta in diretta (non era un video registrato).
A me basta una tecnologia anche molto meno avveniristica per essere virtualmente presente al festival. Mi basterebbe che gli eventi siano online in tempi decenti che restassero a disposizione anche in differita. Ce la faremo?
Chiudo la finestra dei voli. Rinuncio a malincuore ad incontrare gli amici con cui sono in contatto e i miei professori (Monti, Boeri) che non vedo da tanti anni.
Ecco cosa farò: cercherò di essere presente anche da Roma. Oltre al festival, mi interessa anche questo esperimento. Vediamo se è possibile essere remotamente vicino.
La prima immagine del Festival è per Luisa Diogo. Il primo ministro mozambicano è un'economista ed è venuta a Trento per chiarire che di mercato e democrazia non si discute solo nei circoli intellettuali dei paesi ricchi. Il suo paese ne sa qualcosa, visto che dopo la guerra civile ha dovuto ricostruire sia l'uno che l'altra. Con un percorso complicato e ancora fragile, come dimostra il fatto (è un dietro le quinte, ma a questo servono i blog o no?) che la Diogo, appena finito il suo intervento (venerdì, ore 21.00, al Teatro Sociale), deve tornare in tutta fretta in Mozambico. Corre ad occuparsi della crisi aperta dagli scontri di Johannesburg tra popolazione nera sudafricana e immigrati, in gran parte mozambicani. Intanto però non perde neppure un appuntamento del Festival: ha ascoltato Paul Krugman e poi Mario Monti cercando, presumo, di mandare a memoria il maggior numero di errori da non ripetere.
Torna il Festival dell’economia di Trento. Gli appuntamenti sono tanti e per seguirli ci vuole una squadra di fini osservatori.
In questa pagina proveremo a realizzare un racconto dal basso dell’evento, con l’aiuto di tutti coloro che in questi giorni si trovano a Trento.
Chi vuole collaborare alle cronache dal Festival, aggiungendo il proprio punto di vista, si faccia avanti!
Per partecipare manda una mail a Gianluca Salvatori, utilizzando questo indirizzo