E.Missione Zero

di Beppe Caravita

Le due facce nascoste del fotovoltaico

 

Provate a pensare a una centrale energetica che, durante tutta la sua vita, produce elettricità a costi di circa la metà dei prezzi correnti. Ovvero 40-42 euro a chilowattora contro una media di 60-80 vigente in Italia.

Si tratta di una centrale fotovoltaica da uno o da dieci megawatt fatta con moduli a inseguimento e celle in solido silicio monocristallino. E pannelli (e tutto il resto) costruiti per durare.

Qual è il ciclo di vita di questa centrale? L'assunto corrente è vent'anni. Ma Leopoldo Franceschini, amministratore delegato dell'Ecoware di Padova (e vecchio del mestiere) lo contesta radicalmente: "siamo andati sul Gargano a smantellare in vecchio impianto dell'Helios di più di trent'anni. I pannelli funzionavano ancora perfettamente, con riduzioni di efficienza solo del 15%. I rivestimenti posteriori  risultavano solo un po' abbronzati dai lunghi anni al sole. E c'era qualche buco di pallini dovuto a cacciatori che si sono divertiti a sparare sui pannelli. Risultato. Se fatto bene un impianto fotovoltaico dura 40 anni".

La stessa esperienza l'ha fatta Roberto Vigotti, che istallò la prima centrale fotovoltaica sperimentale dell'Enel sull'isola di Vulcano. Anche qui. Pannelli funzionanti tuttora, e riduzioni di efficienza analoghe, e al di sotto delle previsioni.

Proviamo ad assumere i 40 anni, considerando il caso di una centrale fotovoltaica da un megawatt a inseguimento (2mila ore attive l'anno) in silicio monocristallino e pannelli costruiti a regola d'arte. Quest'oggetto costa, secondo Franceschini, circa 2,5 milioni di euro e,  conservativamente, ha spese di manutenzione per 20mila euro all'anno. Sui 40 anni produce quindi a circa 42 euro a megawattora.

Se assumiamo una centrale da 10 megawatt, ancora più ottimizzata, il suo costo per megawatt scende a 2,2 milioni. E produce a 37 euro per megawattora.

Certo, in queste cifre non c'è il film sottile ("un esperimento" per Franceschini) e nemmeno il policristallino. C'è una tecnologia, quella del silicio monocristallino fotovoltaico (che qualcuno vorrebbe obsoleta), ma affinatasi per decenni, e che fin dai suoi albori mostrò la sua capacità di durare nel tempo. E di resistere alla più potente fonte di energia che abbiamo: il sole. Oggi sul monocristallino si produce a 1-1,2 euro-watt, grazie a processi produttivi automatizzati e su larga scala, wafer a micron, contatti altamente ottimizzati, geometrie superficiali di cattura dei fotoni innovative...

Eccoci  quindi di fronte alla seconda faccia nascosta del fotovoltaico. Non solo, come spiegato prima,  questa fonte ha la proprietà di calmierare i prezzi di picco elettrici (e stiamo parlando di miliardi di euro annui in Italia) ma anche, se appropriatamente realizzata - in tecnologia a solido silicio e su impianti industriali ottimizzati - genera un prezzo di produzione elettrico, lungo il suo reale ciclo di vita, nettamente inferiore a qualsiasi centrale alternativa tradizionale, fossile e nucleare che sia.

Alcuni ingegneri italiani, pionieri del solare insieme a pochi americani e attempati come me, sono depositari di queste preziose conoscenze. Loro costruivano e allacciavano le prime centrali fotovoltaiche quanto tedeschi e cinesi manco le immaginavano. Loro sono andati a verificare 40 anni dopo quei pannelli, e oggi li richiedono e li istallano quantomeno uguali. Il tempo è la variabile nascosta, la nostra variabile nascosta.

Il fotovoltaico solido e ottimizzato a 30-40 euro a megawattora è ben oltre la cosiddetta grid parity. E' una fonte energetica difficilmente battibile, soprattutto per paesi poveri come gli africani, che mai e poi mai si potranno permettere ricchi incentivi pubblici. E infatti in Senegal (paese africano povero ma molto colto) l'azienda di Franceschini sta costruendo una centrale a megawatt. Non chiedono quanto incentivo c'è. Ma quanto costa l'energia prodotta. L'irraggiamento africano lo sanno benissimo. E, cifre alla mano (così basse) investono. Punto.

http://blogs.it/0100206/images/compass2.gif  La centrale perfetta per 40 anni. Questa è la strada per crescere. Cari imprenditori solari italiani.

Una soluzione al dilemma fotovoltaico

Il solare costa, ma dà anche benefici. Se si fanno due conti approfonditi si scopre che gli incentivi alle rinnovabili non sono solo un onere per la collettività. Sulla scorta di precedenti simulazioni della società di consulenza Poyry, ci ha provato su dati empirici un ricercatore del Cnr, Francesco Meneguzzo (dell'Ibimet, l'istituto di biometereologia di Firenze). Sta lavorando (con un economista, Giuseppe Artizzu) sull'effettiva dinamica dei mercati elettrici in presenza di fonti rinnovabili, come l'eolico o il solare. E su fenomeni ormai conosciuti e rilevati da anni in Germania e Spagna.

In breve si tratta di questo: quando si alza il sole (o il vento) nella rete elettrica affluisce energia a prezzo stabile, rendendo superfluo il funzionamento di impianti convenzionali relativamente meno efficienti, particolarmente in alcune aree d'Italia con vincoli di connessione (come la Sicilia). Impianti, in particolare a gas, che entrerebbero altrimenti in produzione, esigendo e spuntando prezzi di "picco" più elevati, facendo lievitare in quelle ore "calde" i costi dell'energia per tutti gli utenti.

Il fotovoltaico agisce durante il giorno e ha la sua capacità massima nei mesi estivi. Proprio quando c'è il picco di domanda di energia elettrica (condizionatori). E la stima di Meneguzzo, elaborata sui dati del mercato elettrico italiano dal 1 marzo al 14 aprile scorsi indica un suo effetto calmierante (taglio dei picchi di prezzo) tra 20 e 34 milioni di euro, pari al 20-32% degli incentivi pagati nello stesso periodo per il fotovoltaico.

Siamo però solo agli inizi. Meneguzzo e Artizzu contano di prolungare e precisare l'analisi per tutta l'estate, il periodo in cui (anche nelle esperienze estere) la limatura sui picchi di prezzo sarà più sensibile. E forse, a conti fatti, il risparmio complessivo sulla bolletta potrebbe assestarsi di più sull'estremo superiore del 30%.

Ovviamente, se nei prossimi anni la diffusione del fotovoltaico continuerà, l'effetto di calmieramento si farà ancora più pronunciato.

Ma non è tutto. Meneguzzo stima che quest'anno verranno erogati circa 3,7 miliardi di incentivi alle energie rinnovabili. Ma l'industria corrispondente, ormai dell'ordine di oltre un punto di Pil, ha fatturato l'anno scorso (secondo il Solar Energy Report del Politecnico di Milano) tra gli 8 e i 21 miliardi di euro per il solo fotovoltaico (25-40 miliardi di euro comprendendovi l'eolico e tutta la filiera industriale connessa alle rinnovabili, secondo le stime dello stesso Meneguzzo). Questo significa che l'industria sta generando almeno 2 miliardi di euro di entrate fiscali per lo Stato. Oltre a 500 milioni dai gestori di impianti (e circa 200 milioni di contributi ai Comuni). E del restante miliardo netto di costo degli incentivi circa metà verrebbe annullato dall'effetto calmierante sui prezzi elettrici.

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Quindi solo 500 milioni netti realmente pagati dall'Italia (nel suo complesso) per le rinnovabili.


(500 milioni annui mi paiono una cifra ragionevole da investire sul futuro, o mi sbaglio?)

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Ha senso quest'analisi? Sul piano macro generale certamente sì (al di là delle cifre magari da precisare meglio, oggi variabili a causa del passato decreto salva-Alcoa), ma di sicuro ha meno senso sul piano micro di chi ci guadagna e chi paga. I benefici e i costi del sistema di incentivi in bolletta sono infatti asimmetrici.

Vediamo. Ci guadagna di sicuro lo Stato via maggiori entrate fiscali derivanti dalla crescita rapida di un'industria avanzata. Ci guadagnano gli occupati (circa 30mila, stima l'Aper) e gli effetti moltiplicativi a valle. Ci guadagnano i Comuni. Ma gli incentivi li pagano sulla bolletta (componente A3) le famiglie e le piccole e medie imprese, salvo ovviamente riprendersi almeno in parte l'esborso grazie al contenimento della componente energia. "Pagano molto meno, e perfino ci guadagnano le medie e grandi imprese energivore - osserva Meneguzzo - che dal taglio dei picchi di prezzo elettrico ottengono benefici consistenti,a fronte di esoneri dal pagamento della componente A3" . In qualche caso i grandi energivori persino finiscono per guadagnarci.

Pagano, infine, i generatori tradizionali di elettricità. In termini di tassi di utilizzo le centrali a gas che vengono spiazzate dalle fonti rinnovabili, e in termini di margini le centrali idroelettriche e a carbone, che non possono avvantaggiarsi dei costosi picchi di domanda, fonte per loro di consistenti guadagni aggiuntivi. Indirettamente sono affetti anche i grossisti di gas, che vedono ridursi la domanda termoelettrica. In aprile, secondo i dati Snam Rete Gas, questa è in discesa di circa il 9% rispetto all'anno scorso: tale calo è causato per circa la metà dal boom del fotovoltaico e da maggiore produzione eolica. Vista la perdita delle importazioni dalla Libia, forse non guasta.

I più penalizzati però, in questo gioco in parte virtuoso (ma molto squilibrato), appaiono le piccole imprese energivore (per esempio i distretti conciari) che debbono pagare la tariffa elettrica piena senza agevolazioni. Forse, per mantenere questo gioco degli incentivi, gli inattesi vantaggi della produzione elettrica rinnovabile andrebbero destinati anche (e soprattutto) a loro. Che sostengono gli incentivi, secondo uno studio della Fondazione Leoni, per ben il 32%, contro il 26% dalle famiglie.

Basterebbe quindi ridurre l'onere delle Pmi energivore al 15% (sgravandole in parte dalla componente A3) per ottenere, politicamente, il proseguimento della corsa verso il futuro. Sono state loro le più vocali contro gli incentivi crescenti in bolletta, e non senza tutti i torti.

http://blogs.it/0100206/images/compass2.gif La politica è l'arte di guardare e valutare tutti gli aspetti di un problema, e di trovare una soluzione a vantaggio per tutti.

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Addendum: se in realtà stiamo investendo al ritmo di 500 milioni netti annui, per un'industria triplicatasi in tre anni, questo significa che una modesta limatura degli incentivi, tale da non fermare la crescita industriale e energetica, è sufficiente e augurabile in quanto:

- le famiglie ci guadagnano con i posti di lavoro nuovi e la ricerca;

- le imprese si sviluppano e gli impreditori investono e poi vanno anche a esportare e operare all'estero;

- le grandi aziende energivore sono già tutelate e ci guadagnano sull'energia a prezzo più stabile;

- i produttori tradizionali energetici possono diversificarsi (e già lo stanno facendo) sul solare con profitto;

- lo Stato ci guadagna con le entrate aggiuntive dalla crescita, con i posti di lavoro anti-cassa integrazione e con il raggiungimento degli obbiettivi vincolanti 20-20-20 (senza multe o penalità europee);

- le Pmi energivore vengono tutelate con i guadagni sui prezzi dell'elettricità determinati dal solare stesso.

Si tratta in sostanza di ridurre con gradualità gli incentivi (in base ai costi) e di ripartire diversamente i benefici. Nessun cap è necessario, anzi sarebbe dannoso e controproducente.

Possiamo tranquillamente darci un obbiettivo alla tedesca: 25 o persino 50 gigawatt al 2050. Anche con incentivi non nulli nei 5 anni successivi al 2017 (anno in cui le previsioni dicono che verrà raggiunta la prima grid parity per l'autoconsumo elettrico domestico).

E dal 2017 in avanti il volume degli incentivi (più contenuti degli odierni) dovrebbe essere calibrato al di sotto dei risparmi di prezzo elettrico conseguenti alla generazione distribuita rinnovabile. Quindi con un beneficio economico positivo per l'intero sistema.

Infine: in questo scenario possiamo anche tranquillamente fare a meno del nucleare di terza generazione (primitivo), supposto al 25% del mix elettrico nel 2050. Il solare, gestito in modo equilibrato in questo modo, può rimpiazzarlo. Insieme ovviamente all'efficienza energetica e alle altre rinnovabili ancora sotto-utilizzate, come le biomasse e la geotermia (in particolare offshore).

Questa strada a guadagno condiviso mi pare percorribile.

Eurobond geo-mediterranei?

 

 

Di energia nucleare oggi ha parlato anche Tremonti, che ha chiesto all'Europa di rivedere i trattati anche alla luce della crisi di Fukushima. Un incidente- dice il ministro- che impone una «riflessione». Tremonti ha chiesto a Bruxelles «di finanziare la ricerca e le energie alternative con gli eurobond».

Secondo il ministro, riguardo al nucleare, «fatti tutti i conti dei costi e delle prospettive» quello attuale è «il momento per un passaggio storico, di ragionare su una versione applicata del vecchio e glorioso piano Delors: investire in piani di investimento per le ricerche alternative, anche combinandole con la nuova struttura geopolitica del Mediterraneo».


http://blogs.it/0100206/images/compass2.gif Qualcuno un'ideuzza geo-mediterran-energetica ce l'avrebbe pure, caro Tremonti.....tanto per pure annullare in vent'anni il debito pubblico.

Un'iniziativa coraggiosa è questa.....Marsili Project.

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E anche In Grecia qualcuno comincia a capirlo....


E poi anche questa:

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C'è lavoro per tutti, enorme, epocale come è epocale questa fase umana.

 

 

Un sogno

 



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http://blogs.it/0100206/images/compass2.gif Per una volta non commenterò un'immagine di un progetto visionario di tecnologi giapponesi sulla Tunisia o sulla Libia. Si commenta da sola. La lascio alla Vostra immaginazione. E come buon augurio. C'è tanto da fare, là. Tanta terra, tanta Madre e tanta gente da strappare alla morte e alla disperazione. E possiamo farlo, assieme.

Beni pubblici del futuro?

 

 

Ieri ho avuto una lunga conversazione con un imprenditore bergamasco e con un architetto milanese. Spero di scriverne su Nòva. Il punto verteva sulle strade del futuro. Come beni pubblici ad alta produttività, e anche redditività.

Una strada è solo una strada, direte. Sbagliato. Una strada è una infrastruttura viva, un lungo pezzo lineare di territorio, un sistema attrezzato sotto (canali di scolo, strati di fondo vari), ai lati (consolidamenti di tratti montani, paratie antirumore...), una strada è anche gallerie, aree di sosta e di servizio, rifornimenti, autogrill, svincoli, semafori, cartelli. Una strada richiede investimenti e lavoro continuo, può richiedere estensioni, raddoppi, modifiche di tracciato...

Bene, questo lungo pezzo lineare di territorio, ai lati spesso inutilizzato può accogliere pensiline allo stesso tempo antirumore e fotovoltaiche (nei punti giusti). E, in altri punti giusti, il suo sistema idrico (spesso rudimentale) di drenaggio delle sue acque sporche (il passaggio delle auto genera residui di gomma e micropolveri di ferodo, per esempio) può sfruttare differenze di temperatura per sistemi a pompa di calore geotermici. In alcuni tratti la strada può essere sede e collettore anche di energia eolica. Risultato: un lungo "real estate" pubblico lineare per produrre energia rinnovabile, con investimenti tutto sommato limitati (i cavi elettrici già corrono lungo le strade, e spesso anche le fibre ottiche).

Supponiamo che una strada, anche urbana, con investimenti aggiuntivi del 20%, generi ricavi energetici, dopo 6 anni, superiori a quanto investito. Il bene pubblico resta tale, ma un business plan ben calibrato su questa strada ci dice che:

1) Un imprenditore che sa gestirla correttamente ci guadagna e può investire in altre strade pubbliche italiane;

2) Una pubblica amministrazione, partner dell'imprenditore, ci guadagna anch'essa, si ripaga o vi risparmia spese di manutenzione e l'opera pubblica cessa di essere un puro costo per lei diventando un investimento positivo per il suo bilancio;

3) La messa a "coltura" dell'enorme patrimonio di strade in Italia, urbane e non,  può risparmiare al territorio agricolo, a parità di energia rinnovabile prodotta, l'invasione da parte di grandi campi fotovoltaici concepiti per un facile ritorno sugli incentivi del conto energia

4) Lo stesso identico concetto lo si può applicare ad altri beni pubblici. In pratica a tutti gli edifici pubblici che, come sostiene Rifkin, davvero possono divenire produttori, parziali o persino a sovrappiù di energia. Il bene pubblico da costo diventa investimento.

Le implicazioni di questi quattro punti sono interessanti. Innazitutto ci dicono che l'attuale strategia di privatizzazioni dei beni pubblici è sbagliata. Non solo perchè un bene essenziale come l'acqua viene fatto pagare ai cittadini a costi superiori. Ma soprattutto perchè il futuro sta in una partnership a valore aggiunto tra Pubbliche amministrazioni e forze imprenditoriali, in cui nelle seconde non vanno viste solo gli impreditori privati, ma anche cooperative e associazioni operative sul territorio.

La gara per un'opera pubblica cessa di essere l'attuale corsa al massimo ribasso (coperta poi da sovraccosti in corso d'opera, spesso tangenti e corruzione) ma la scelta razionale, e possibilmente anche partecipata, tra più business plan diversamente configurati, ma con tassi di redditività, anche per le comunità tangibili.

Mi spiego. Supponiamo che l'azienda A proponga al comune C un progetto per una strada, un gruppo di edifici, tale per cui si ottiene, in 6 anni, il rendimento netto del 30% reale (non finanziario) sugli investimenti. Il progetto A richiede qualche sacrificio ai cittadini ma in compenso genera fondi, chessò, per costruire una nuova scuola o istituto tecnico.  Il progetto B, presentato da un'altra azienda, non richiede quei sacrifici ma rende di meno, il 10%. La comunità viene chiamata a scegliere, e valuta i due business plan. Sceglie mettiamo A e la stessa comunità vigila perchè gli obbiettivi vengano raggiunti e la scuola "a costo zero" effettivamente costruita e messa in funzione.

Il bene pubblico redditivo, anche per le comunità, diviene terreno non solo di riequilibrio energetico e ambientale, ma anche di investimento su altri beni pubblici. Proseguendo nell'esempio, in una terza fase la comunità locale può proporsi di generare nuove rirose per avviare, nell'istituto tecnico, un laboratorio di ricerca, innovazione industriale e un incubatore per nuove imprese avviate dagli studenti locali.

Credo sia sufficiente a dare un senso concreto alle tesi di Rifkin. L'opera pubblica, se privatizzata sic et simpliciter a un privato che poi ne diviene monopolista, si traduce quasi sempre in una perdita secca per la comunità (valga il caso Autostrade), se invece messa a valore su una partnership intelligente, innovativa e partecipata potrebbe avere un esito completamente opposto. Anche in termini di nuovo lavoro, di beni pubblici di qualità più alta (non al puro minimo costo - illusorio), di minor corruzione, di reinvestimento in ulteriori beni pubblici.

In due parole: di sviluppo sostenibile.

Si comincia, finalmente

 

 

PRIMA FONTE MONDIALE DI ENERGIA GEOTERMICA MARINA : EUROBUILDING PRESENTA A  BALI  IL PROGETTO MARSILI

Al Congresso Mondiale di Geotermia che si svolgendo  a  Bali - Indonesia -  è  stato presentato ieri il primo progetto di valorizzazione di Energia Geotermica marina del mondo.

Il Mediterraneo, e più precisamente il Mar Tirreno sud-orientale è sede di un importante distretto vulcanico sottomarino che può diventare  la  prima importante fonte  di approvvigionamento di energia geotermica offshore della storia, aprendo la strada ad una nuova, pulita  ed inesauribile fonte di energia.

Gli enormi flussi di calore che si concentrano in quest'area hanno permesso la creazione di enormi giacimenti di fluidi geotermici ad alta temperatura.

La società  italiana Eurobuilding spa e il gruppo di ricerca da essa costituito e finanziato, che comprende i più importanti  Organismi di Ricerca del settore e precisamente: : l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanolgia - INGV;  l'Istituto per la Geologia Marina del CNR-Ismar,  l' Università di Chieti - Centro di Ricerche sperimentali per le geotecnologie ed il Politecnico di Bari,  hanno affrontato dal 2005 ad oggi una sfida scientifica e tecnologica unica a livello mondiale, con l'obiettivo finale di produrre energia dal primo campo geotermico a mare, ubicato nell'area del Marsili.

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha conferito alla Eurobuilding nel Novembre 2009 un Permesso di Ricerca esclusivo per fluidi geotermici a mare sull'area del Marsili : il programma delle attività di tale Permesso prevede in primo luogo la realizzazione di un monitoraggio completo di tale struttura, utilizzando le metodologie e le tecnologie più innovative.  Su questo programma la Eurobuilding ha già ottenuto una valutazione positiva  dalla Direzione Generale per la VIA ( Valutazione di Impatto Ambientale ) del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

30  Aprile 2010

EUROBUILDING  SPA  

 

 

 

Il vero, e necessario, ponte sullo stretto

 


E' un collegamento in alta tensione a bassissima dispersione tra la Sicilia e la Penisola. Terna finalmente si è mossa, ma non possiamo aspettare il 2013, per le ragioni spiegate nel post precedente e per la possibilità di grid parity solare in Sicilia.

Il ponte sullo stretto è del tutto secondario e probabilmente inutile. Quello che serve è accelerare il ponte elettrico. Secondo Costato di Confindustria la non connessione ci costa un miliardo di euro all'anno. A cui ora dobbiamo aggiungere la chiusura di termini Imerese.

Perchè chiude Termini Imerese?

 




Ricevo in mailbox da un amico del metalmeccanico (indotto Fiat) e pubblico:

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......Sul costo dell'energia elettrica......il costo non è il prezzo...confusione bestiale fatta anche dal vostro giornale di estrazione economica!!!  Cosa aspettate a dire la verità....possibile che sia così difficile.
 
Il costo per la produzione dell'energia elettrica in Italia è inferiore a quello medio europeo.   Il prezzo è determinato dalle tasse, dalle speculazioni e dagli utili lasciati alle utilities. 

Cosa vuol dire nella sostanza? 

Intanto che sono date  un sacco di informazioni sbagliate....poi che un veicolo prodotto  in Italia costa circa mille euro di personale   (tutte le tipologie di salario  incluse)....ma costa 1700 di energia elettrica....cioè costa perchè le tasse italiane sono le più alte del mondo (dopo quelle  Danesi)

....In Polonia il prezzo dell' energia elettrica è una piccola  frazione di   quello italiano (2 centesimi al Kwh contro 8 in Sicilia, ndr) ...capito???   Loro usano molto il carbone noi usiamo il gas.....la differenza tra i due è minima, ....  Il costo di produzione italiano, per il lavoro e l'energia di base è praticamente uguale a quello della Polonia....la vera differenza è fatta dalle tasse e dalle utilities.  (la vera differenza è nel prezzo politico dell'energia, ndr).

Meglio non vedere,  non sentire,  non leggere!  .... Alcoa=energia elettrica(chiusa) ..... Fiat=energia elettrica (Termini che chiude).....capito?

Per fortuna ci sono nuove grandi opportunità nelle rinnovabili e nelle nuove generazioni di automobili.

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Comunicato Gme  di oggi sui prezzi medi dell'energia elettrica nel 2009:

............A livello zonale anche nel 2009 si confermano i forti differenziali del prezzo di vendita tra le isole (80,01 euro/MWh in Sardegna, 88,09 euro/MWh in Sicilia) e il resto del continente (59-62 euro/MWh) a causa dei limiti di interconnessione con il continente e della maggiore concentrazione dell'offerta interna.


In Sardegna e Sicilia l'elettricità costa anche quasi il doppio che nel resto d'Italia. Alcoa e Termini Imerese sono nelle rispettive regioni....

Meditate gente, meditate.

Perchè il governo na fa niente? Non sa nulla?

E perchè il sindacato non ce la racconta giusta su Termini Imerese? Perchè è ignorante in fatto di veri costi di produzione nazionali?


 - A furia di mascherare il fisco dentro la bolletta....e di favorire i soliti noti....le fabbriche chudono. Le fabbriche sono, alla sostanza, energia e lavoro. Ormai il lavoro operaio costa poco in Italia. Ma c'è qualcosa di strano che sballa tutto.... E le famiglie dei disoccupati, cassaintegrati e precari ne fanno le spese.

Due volte: bollette alte e impoverimento da distruzione di lavoro.

Aprite gli occhi

Batteri salvapianeta?

 

La quadratura del cerchio del clima e dell'energia, a prima vista. Bioingegnerizzare dei cianobatteri, trasformandoli in mangiatori di anidride carbonica e, con l'aiuto della luce solare, in produttori di isobutanolo,  un alcool adatto anche alla combustione nei motori a scoppio al posto, o in aggiunta alla benzina.

La modifica genetica dei batteri è riuscita a un team dell'Ucla guidato da James C. Liao all'Henry Samueli School of Engineering and Applied Science. E la ricerca è stata pubblicata su Nature Biotechnology del 9 dicembre.

Se manterrà le promesse, e sarà stabile nel tempo, il nuovo batterio bioingegnerizzato potrebbe ridurre drasticamente - secondo Liao - i costi di produzione di carburanti alternativi e di bio-etanolo. L'organismo infatti può produrre direttamente l'alcool, senza passaggi intermedi. Oltre al vantaggio di nutrirsi di Co2, generalmente ritenuta responsabile dei mutamenti climatici.

Sviluppata su scala industriale la coltura di questi batteri protrebbe quindi rivealarsi un'autentica, e tanto attesa, rivoluzione.

 

Il testo online dell'articolo è disponibile qui.

 

 

 

 

Sole e sali in zucca

 

Dopo l'Archimede dell'Enea, partito nove anni fa, ora anche gli americani di Solar Reserve lanciano il solare termodinamico a sali fusi. C'è dentro anche il gigante United Technologies. Evidentemente l'idea di Carlo Rubbia, tanto criticata in giro, nel 2000 non era tanto peregrina, e ora sta facendo scuola.


L'immagine �http://blogs.it/0100206/images/archi1.jpg� non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.


& Photo

17.500 eliostati, una classica americanata.....;-)

Il concetto è però lo stesso:

 

 

http://www1.eere.energy.gov/solar/images/parabolic_troughs.jpg

 

 

Smart grids, Obama passa all'azione

 


http://blogs.it/0100206/images/obama.jpg

3,4 miliardi di dollari , annunciati ieri dal Presidente Barack Obama, di grants dal Dipartimento dell'Energia Usa verso oltre cento imprese e utilities (che ci investiranno oltre 4 miliardi di fondi propri), per costruire negli Usa la smart grid, ovvero la rete elettrica  non più monodirezionale e stupida (dalle grandi centrali alle spine, secondo il semplice principio della tensione costante e dei vasi comunicanti), ma a multiple fonti di generazione (alcune delle quali incostanti, come il solare fotovoltaico e l'eolico), multipli storage intermedi (anche le batterie delle auto ibride), un sistema di risparmio energetico a tariffe elettriche differenziate, e dinamiche, tali da portare le famiglie e gli utenti a usare l'energia elettrica nei momenti migliori e nella quantità giusta. Con risparmi, spero, a guadagno condiviso tra utenti e gestori.

Per questo Obama sta investendo miliardi di dollari dei contribuenti per far istallare contatori elettrici intelligenti, capaci di calcolare istante per istante i consumi di una casa e di trasmtterli via powerline al gestore elettrico. Non solo, in grado di differenziare le tariffe e magari comandare gli elettrodomestici nei momenti più opportuni. Entro pochi anni la nuova rete potrebbe quantomeno limare i picchi di potenza elettrica (in Italia in dicembre e luglio, tipicamente) e quindi valere almeno un paio di centrali nucleari (o a carbone). E Negli Usa ben di più....quindi ripagarsi soltanto per questo.

L'Italia è, quasi per fortuna, in una insperata posizione di vantaggio su questa frontiera. Enel ha installato 32 milioni di contatori intelligenti (diffusi anche ad altri gestori elettrici nazionali, ed è il primo parco mondiale oggi di questo tipo)  che leggono i consumi via dati trasmessi sulla linea elettrica stessa. Non solo: siamo tra i primi produttori di elettrodomestici bianchi d'Europa e abbiamo, tutto sommato, una buona rete internet. Possiamo chiudere il cerchio, con un sistema avanzato e innovativo di domotica a guadagno condiviso. Altamente competitivo su base mondiale.

Questa la sostanza industriale e innovativa del  primo annuncio del progetto italiano, avviato da un club formato da Enel-Telecom Italia-Indesit e Electrolux. Auguri alla Smart Grid made in Italy.  Enel è stata uno dei keynote speaker alla conferenza di Washington preparatoria del progetto Usa da 8 miliardi di dollari. Uno dei punti chiave della presidenza Obama, impegno dichiarato in campagna elettorale e oggi segnale eloquente a ridosso della conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici.

Auguri all'Italia come un possibile primo laboratorio di questa grande innovazione.

E cerchiamo, per una volta, di essere tra i primi. In modo da creare magari nuovi posti di lavoro qualificati e di punta.

Possiamo farcela, ci direbbe Obama.

Un piano solare mediterraneo bottom-up?

 



Ho avuto il piacere di partecipare a un workshop organizzato dalla Cgil nazionale sul piano solare mediterraneo. Con rappresentanti sindacali egiziani, tunisini, algerini, francesi, spagnoli, portoghesi. Che vogliono parteciparvi attivamente.

Presente Guglielmo Epifani, che ne ha tirato le conclusioni (poi magari ne parlo).

Ho cominciato la tavola rotonda tecnica sul solare e la grid mediterranea con  un Salaam Aleiku rivolto agli ospiti. Poi ho personalmente ricordato che il mio cognome undici secoli fa in Andalusia era Keir-al-Vid, poi divenuto Caravido in Spagna e quindi a Napoli e poi in Italia Caravita.  In fondo una famiglia mediterranea immigrata in Europa da un po' di tempo*.


Quindi si è parlato di tecnologia e di giochi win-win per almeno 300mila nuovi posti di lavoro e altrettante famiglie sostenute dal nuovo lavoro qualificato possibile sulle nuove energie. Ricerca compresa.

Si è parlato di fondi della Banca Mondiale e di tariffe incentivate. Di interconnessioni elettriche intercontinentali e di supergrid, ma anche di microgrid di comunità locale.

Ho proposto, durante il break, un suggerimento ai compagni di lavoro della Sponda Sud, per cominciare bene, con il piede giusto (locale) e subito: un club a emissioni zero e un marchio di qualità ambientale Mediterraneo delle migliori località turistiche del grande nostro mare condiviso. Da Djerba a Sharm, da Urgada a Taormina,  da Gozo a Formentera,  da saint Tropez a Favignana e Portofino, via microgrid rinnovabili locali.

Per loro e per noi il beneficio potrà essere triplice:  aumento di valore percepito della località turistica e della connessa industria e terziario locale; innesco, nei punti forti, della produzione locale di energia sostenibile e conseguente formazione di capitale umano distribuito; export verso l'Europa a tariffa vantaggiosa di energia prodotta su base di comunità locali partecipate e avanzate. Il tutto in presenza di robuste interconnessioni e di un mercato energetico mediterraneo progressivamente aperto.

Ma partendo subito sul gioco win-win, senza dover necessariamente aspettare i mega-collegamenti. Un punto di innesco.

Il sindacalista tunisino ha gradito molto il saluto e la mia metafora di introduzione un po'... poetica (in antico stile arabo, spero) sul nome di famiglia. E la proposta a guadagno condiviso. E' stato gentile, ha tradotto dal mio approssimativo francese l'idea in arabo per l'egiziano.  L'egiziano ha capito al volo e ha aggiunto dei nomi. Hanno chiesto il mio biglietto da visita. Forse se ne riparlerà al Cairo. Mi hanno fatto piacere. Gli estranei non esistono.

 

 

 

Sulla geotermia gli svizzeri lavorano, noi no

 



Bucare la terra con il fuoco, a costi accettabili, per ottenere energia quasi inesauribile.... Una ricerca italiana, inventrice storica della geotermia?

No, è Svizzera, di Zurigo.

Noi siamo troppo paralizzati per provarci solo a pensarlo. A investire qualche soldo nella cruciale ricerca sulla geotermia di terza generazione. Noi siamo ossessionati dal nucleare. Eppure abbiamo in casa nostra un'Arabia Saudita di calore da sfruttare. E da 500 mila anni.

“It is expected that the drilling costs will rise linearly with depth in the case of spallation drilling, instead of exponentially, which is the case of the conventional methods”,

Kite Gen, una rivoluzione?

 

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Il progetto Kitegen sta entrando nella sua fase produttiva. E Massimo Ippolito mi ha spiegato, per esteso, quali sono i suoi veri obbiettivi (un Eroei da petrolio affiorante) e come funziona.

(lettura consigliata)

Alghe troppo importanti per farne bolle

 

Mi fa davvero piacere constatare che questa mia inchiesta scritta per Nòva (grazie a Mario Tredici, docente di microbiologia a Firenze) collimi con questa discussione su Tod.

La coltivazione di microalghe è di sicuro promettente, non solo per l'energia ma anche per l'alimentazione, ma ci vorranno 5-10 anni di intensa ricerca e sviluppo. Le valutazioni di Tredici sono sostanzialmente confermate anche dalla discussione su Tod.

Desertech in pratica

 

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Il progetto è enorme. 400 miliardi di euro in vent'anni. Il pilastro del 20-20-20 europeo. Gli italiani stanno lavorando con la Tunisia e l'Egitto, francesi e spagnoli con marocchini e algerini, e i tedeschi stanno per varare un grande consorzio industriale. Persino Gheddafi pare interessato al solare termodinamico italiano. Il Mediterraneo si annuncia come il grande laboratorio dell'energia rinnovabile aperta a tutti. Della ripresa (vera). Del lavoro sulle due sponde. E quindi della Pace.

Scusate l'ottimismo. Sempre fuori luogo dati i tempi in cui viviamo.

 

 

Carbon tax europea?

 

La nuova presidenza svedese dell'Unione Europea lancerà la proposta di una carbon tax europea.

In Svezia una prima carbon tax ha già dato qualche risultato nel residenziale, e così in Svizzera.

La tassa (certa) dovrebbe sostituire (l'ncerto e in gran parte discrezionale)  sistema cap-and trade (Ets) che negli ultimi anni ha funzionato davvero maluccio.

E' una proposta radicale, dura (specie in tempi di recessione) ma efficace.

Insieme il primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt ha annunciato, per il suo semestre di presidenza (dal primo luglio) priorità sui posti di lavoro, il contenimento dell'immigrazione clandestina e la lotta al crimine organizzato.

Reinfeldt said combatting job losses amid the economic crisis is another priority Sweden will tackle along with efforts to forge common immigration standards to thwart illegal immigrants and closer border cooperation to tackle organized crime.

Bisognerà vedere se e come questo mix verrà accettato. Di sicuro ne vedremo delle belle, con l'ondata a destra che oggi percorre il continente. E le lobbies dell'elettrico e dei fossili di sicuro all'opposizione.

Dietro la crisi climatica c'è di peggio?

 



Qualcuno , e per la seconda volta*, ha vendicato gli scetticismi e persino le offese inferte agli autori di The Limits to Growth.

Quello scenario, e quel modello previsivo (uno dei primi su computer) del 1972 si sta rivelando,  a ben 37 anni di distanza, sorprendentemente vicino alla realtà attuale.

(lettura del post altamente consigliata)

Non si tratta di una buona notizia, ovviamente. Basta dare un'occhiata al grafico riportato su Oil Drum (e qui sotto) per rendersene conto:

Secondo me è abbastanza agghiacciante. Se Limits to Growth ha praticamente confermato le sue simulazioni-previsioni al 2008, con cifre molto vicine alla realtà, allora è giustificato pensare che quello che avverrà nei prossimi 30 anni potrebbe essere abbastanza vicino a queste curve visibili nel grafico.

Ovvero:

dal 2000 al 2050:

- le risorse (fossili, minerali, naturali...) crollano esponenzialmente;

- si innesca una crescente crisi idrica globale;

- si innesca una crescente crisi industriale e di produttività generale;

 -comincia e accelera una sempre più grave crisi alimentare globale;


Dal 2050 al 2100:

- anche il terziario entra in caduta verticale

- comincia a ridursi la popolazione

Queste del grafico sono linee previsive asettiche. Lascio alla vostra immaginazione il loro riempimento di contenuti umani, politici, culturali, storici.

Io non ci provo nemmeno.

Faccio una sola elementare considerazione: se anche la questione cambiamento climatico antropogenico fosse tutta una balla (materia su cui mantengo un dubbio limitato e cauto) il grafico del 1972 ci sta segnalando, ormai da 37 anni, il vero e autentico problema.

E la prima risorsa è l'energia. Esattamente quella, rinnovabile, che la spinta derivante dalla paura del climate change sta cercando di far accelerare.

Grazie quindi a chi ha rifatto i conti su quello studio e a chi ne ha messo in rete i risultati e gli scenari.

Repetita juvant.

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* qui il Pdf del primo paper australiano del 2008

La crisi del secondo millennio

Previsioni basate sul modello originale di Limits to Growth del 1972

L'Italia sostenibile e' dieci volte possibile

 

Mi limito a un elenco esplicativo:

1) Siamo con la California il paese più vicino alla grid parity solare e fotovoltaica;

2) Abbiamo un giacimento di risparmio energetico da edilizia a guadagno condiviso di enormi proporzioni, e attivatore dell'economia intera;

3) Abbiamo un manufatturiero diffuso capace di trasformare e creare efficienza energetica negli impianti competitiva in tutta Europa (quantomeno) e anche oltre, tramite soluzioni distribuite e a medio costo;

4) Disponiamo di giacimenti geotermici enormi e ancora inesplorati, ma affrontabili dalle nostre industrie;

5) Possiamo creare un sistema sociale di incentivi  diretto alla gestione giusta delle nostre vite senza aggravi fiscali e a guadagno condiviso;

6) Abbiamo un'agricoltura divenuta rapidamente la seconda in Europa per biologico e qualità;

7) Siamo sufficientemente disperati ma attivi per usare la rete per aggregarci e usarla per migliorare il nostro reddito reale;

8) Siamo sufficientemente cristiani per aiutarci a vicenda, per capire il valore per un povero dei cosiddetti rifiuti e per aiutarci;

9) Siamo sufficientemente risparmiatori e diffidenti per non affondare nella spirale del debito familiare anglosassone;

10) Siamo abbastanza storici e scafati per capire che lo Stato non è Berlusconi nè Fini nè Veltroni nè Franceschini. Che per la via d'uscita serve anche la semplificazione politica ma che il lavoro è nostro, insieme. Compreso il far valere, sempre, i nostri diritti.


Nella verità, nella pazienza e nel coraggio, giorno dopo giorno.

Il caso Ferrara

 

«Il risultato finale di un sistema tricroico a concentrazione e separazione spettrale sarà, nei nostri programmi, di alto rilievo strategico per il sistema Italia - continua Martinelli -. Le cifre attuali del fotovoltaico mondiale, a dispetto di tante enfasi, non sono buone. La risorsa base è il polisilycon, se ne sono prodotte circa 37mila tonnellate in tutto il mondo nel 2007 e forse raddoppieranno al 2010. Ma se anche immaginassimo di convogliare tutta questa produzione mondiale sul solo fotovoltaico italiano attuale otterremmo soltanto una produzione elettrica pari all'1-2% del fabbisogno elettrico nazionale. Una nicchia. A noi invece, con una concentrazione a 200 soli, e la separazione spettrale ad alta efficienza (tricroico) basterebbero 1.500 tonnellate all'anno di polisilycon, e quantità minime di metalli rari, per produrre sistemi capaci di coprire, ogni anno, ben il 10% del fabbisogno elettrico italiano. Con un risparmio di petrolio stimabile in 10 miliardi di euro».

Cifre grosse, ambiziose. Che a Ferrara già muovono investimenti industriali. Come la Estelux, che sta nascendo nel petrolchimico, che conta di produrre dal 2010 circa 4mila tonnellate di polisyslicon. «Se le destinassimo a celle tradizionali avremmo circa 500 megawatt di potenza di picco annua aggiuntiva - spiega Domenico Sartore, protagonista dell'iniziativa - pari a mezza centrale tradizionale. Ma se invece riusciremo a destinarli a sistemi fotovoltaici a concentrazione, come i Rondine della C-Power già esistenti (uno spin-off del gruppo di ricerca ferrarese), che raggiungono i 32 soli, potremmo tradurre queste 4mila tonnellate in ben 15 gigawatt di potenza di picco aggiuntiva annua, pari al 7,8% del fabbisogno elettrico italiano. Il che significa che in tre o quattro anni potremmo raggiungere l'obiettivo europeo del 20% in fonti rinnovabili. E con un consumo di spazio, stimato qui sulla provincia di Ferrara, pari al solo 2% della superficie non agricola».


Perdonatemi se cito due passi di un mio articolo comparso giovedì scorso su Nòva24. Ma mi serve per fare un ragionamento piuttosto preciso.

Anche per dare corpo ai due post precedenti.

A Ferrara ci sono alcune startup e un centro di ricerca. Lavorano sul fotovoltaico avanzato. Hanno già realizzato un prototipo industriale, il Rondine, che concentra il sole per 32 volte su un chip di silicio, tramite specchi a imbuto di forma particolare.


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Questa è la prima generazione, ma ora stanno lavorando sulla seconda.

Bene, questi ragazzi sono esclusi dal conto energia, che invece finanzia solo sistemi fotovoltaici vecchi e di nicchia.

Questa tecnologia è 32 volte più potente di quella fotovoltaica oggi importata dalla Cina o dalla Germania. Perchè allora, mi domando, non va aiutata e incentivata?

Ma a Ferrara sta succedendo di più. Al petrolchimico (quello di Giulio Natta, un tempo il sancta sanctorum della chimica italiana) un gruppo di investitori e imprenditori ha avviato la Estelux per la produzione, via un impianto chimico, di polisylicon, la (finora scarsa) materia prima di base per le celle fotovoltaiche.

Prevedono di produrne 4000 tonnellate/anno dal 2010. Bene, se andassero nel fotovoltaico vecchio farebbero niente. Se invece andassero al fotovoltaico a concentrazione farebbero chip che ci daranno, e per decine di anni, diversi gigawatt.

.....potremmo tradurre queste 4mila tonnellate in ben 15 gigawatt di potenza di picco aggiuntiva annua, pari al 7,8% del fabbisogno elettrico italiano. Il che significa che in tre o quattro anni potremmo raggiungere l'obiettivo europeo del 20% in fonti rinnovabili. E con un consumo di spazio, stimato qui sulla provincia di Ferrara, pari al solo 2% della superficie non agricola».

Poi Martinelli e il suo gruppo stanno lavorando, ormai a stadio avanzato, a un sistema ad alta efficienza e  200 soli. Ancora più avanti:

....A noi invece, con una concentrazione a 200 soli, e la separazione spettrale ad alta efficienza (tricroico) basterebbero 1.500 tonnellate all'anno di polisilycon, e quantità minime di metalli rari, per produrre sistemi capaci di coprire, ogni anno, ben il 10% del fabbisogno elettrico italiano. Con un risparmio di petrolio stimabile in 10 miliardi di euro».

Ci siamo messi a fare un giochetto, al convegno Sapio di presentazione a Ferrara. Ovvero stimare quanto costa questa filiera fotovoltaica vera:

- 400-500 milioni di euri per la Estelux, per 5 anni, e poi va avanti sulle sue gambe;

- 300 milioni di euri per un paio di fabbriche di alto volume (in Italia) di pannelli a concentrazione, Rondine e poi tricroici

- 200 milioni di euri per finanziare la ricerca ulteriore.

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I chip li fa St Microelectronics ad Agrate o a Catania. E ci guadagna. Il tutto poi cresce normalmente per competitività.

Gli specchi in plastica, i vetri dicroici li fanno già piccole aziende italiane (le prime pugliesi, i secondi in trentino) e la meccanica di precisione per noi è gioco facile (la Dea piemontese misura i micron con i suoi robot...)......

Totale: un miliardo di euri per la filiera di avvio del fotovoltaico vero italiano.

Confronto: una sola centrale nucleare alla Scajola ci costerà almeno quattro volte, sono soldi che andranno, in gran parte, a Edf e Areva francesi e non genereranno niente di nuovo. Salvo elettricità cara e scorie insostenibili.

Un miliardo sul futuro, per il 20% di energia elettrica al 2020 (e con profitti auto-alimentati e competitività di sistema paese) contro 40 miliardi minimi per 10 centrali nucleari (al 90% un puro costo per l'Italia).

Vedete Voi.

Green Jobs

 

Sarà a causa del peso della crisi economica, sarà anche la maturazione degli studi e delle ricerche in tema di sostenibilità globale (che da sei mesi a questa parte stanno prendendo finalmente un taglio diverso, meno terroristico e più pratico e concreto) ma si fa strada, rapporto dopo rapporto, l'idea che il grande riequilibrio sia il vero gioco a guadagno condiviso da perseguire.

1.L'ultima ricerca è segnalata oggi, ed è stata costruita dall'Università di Berkeley sul caso californiano:

Rather than cost money, California's plans to fight global warming and improve energy efficiency will boost household incomes by $48 billion and create as many as 403,000 jobs in the next 12 years, according to a UC Berkeley economic study released Monday.

The state has already proved that efficiency pays, said author David Roland-Holst. Starting in the 1970s, the state adopted building codes and home appliance standards that have cut electricity use. Those efforts saved Californians $56 billion between 1972 and 2006 and created about 1.5 million jobs, according to the study.

"We find, I think demonstrably, that energy efficiency is good for the economy and good for jobs," said Roland-Holst, an adjunct professor in the school's Center for Energy, Resources and Economic Sustainability. "We find that even with very modest targets for energy efficiency improvements, California can continue its legacy of sustained job growth."

Per chi è interessato lo studio è scaricabile qui.

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2. Un paio di settimane fa è comparsa un'altra ricerca di fonte Usa, commissionata dalle 13 maggiori amministrazioni comunali a Global Insight  che prevede 4,2 milioni di nuovi posti di lavoro al 2030.

Trovate qui un resoconto dello studio.

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3. Negli stessi giorni (il 24 settembre, per la precisione) è stato reso pubblico un lavoro congiunto, piuttosto ponderoso, di due agenzie Onu (Unep e Ilo) insieme al Worldwatch Institute e alla Cornell  University dal titolo, appunto, Green Jobs, e che stima il potenziale mondiale in termini di nuovi posti di lavoro in sei settori.

Ne abbiamo dato conto su Nòva24 di oggi.

Abbiamo lavorato un po' sulle le loro cifre e scenari: in vent'anni il potenziale è, a grandi linee, dell'ordine di 100 milioni di nuovi posti di lavoro (ed è un potenziale minimo, basato su ciò che c'è oggi e i trend  esistenti).

Lo studio Onu lo trovate qui.

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4. I primi ad avanzare la tesi, a suon di cifre, secondo cui il riequilibrio sarebbe possibile a guadagno condiviso fu però la McKinsey, con uno studio ormai citatissimo.

mgi-cost-curve-small.jpg

Il bello di questo grafico è che la parte a sinistra, sui risparmi energetici ottenibili con illuminazione moderna, isolamento termico degli edifici, climatizzazione naturale e rinnovabile ecc.. ha costi negativi, ovvero l'efficienza energetica, è in pratica, il motore primo del gioco a guadagno condiviso.

Lo studio McKinsey lo trovate qui.

Altamente consigliata è anche la presentazione di Amory Lovins (il guru dell'efficienza energetica) tenuta a Milano a settembre.

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5. L'Unep sta lavorando oggi a un'estensione di Green Jobs in termini di proposta politica, definita come Green Global New Deal. Il New York Times ne da conto qui. E i comunicati sono disponibili qui.

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Quindi, cinque ricerche convergenti in pochi mesi.

Ci sarà un motivo?

La mia tesi è semplicissima: con tutti i dubbi che uno può avere sull'apocalisse climatica imminente, un numero crescente di soggetti sta lavorando sul prossimo ciclo, fuori dall'attuale recessione, finanziarizzazione fine a se stessa, mercatismo, globalizzazione incontrollata, o chiamatela come vi pare.

Il Governo italiano attuale, anche se non ha torto nel rivendicare una strategia europea di riequilibrio che non ammazzi le nostre imprese, dovrebbe però tenere conto, e seriamente, di questa crescente corrente di studi, di scenari e di elaborazioni sull'economia verde. E il connesso gioco a guadagno condiviso.

Forse scoprirebbe che notevoli carte in mano ce le abbiamo anche noi. E valorizzarle (nella paginata di Nova24 facciamo solo sei esempi di imprese in crescita) potrebbe essere la chiave per cambiare un positivo la 20-20-20, traducendola da direttiva di obblighi in piano di sviluppo, anche anti-recessivo.

Abbiamo insomma a portata di mano la possibilità di pensare e lavorare su un'idea positiva anche dell'Italia e del suo futuro (per fortuna in un paese che ha ancora industria vitale). E rischiamo invece di rinchiuderci solo nella negatività e nella paura dei costi.

Questa idea di futuro, sia detto per inciso, si può applicare (anzi si deve) anche alla ricerca, all'Università e alla Scuola. Identificata la locomotiva, fatta girare al meglio, questa trascina tutti i vagoni.

E la locomotiva, oggi, sta al 50% nei laboratori universitari e nell'altro 50% nelle imprese.

Quattro domande a Google

 


Ho inviato quattro semplici domande ai responsabili di Google.org, il team che si occupa degli investimenti in energie alternative per l'azienda californiana. Sono centrate sulla geotermia di seconda generazione (Egs, si veda il post precedente). Mi ha risposto Katy Bacon, portavoce di Google.org. Ecco domande e risposte (di cui mi pare rilevante soprattutto la seconda).

 

1) L'Egs, l'idrogeotermia profonda artificialmente creata, è stato un campo di ricerca piuttosto intenso, e nato da oltre venti anni. Eppure, almeno finora, non ha dato segni di reale maturità per la produzione elettrica su scala industriale. Google oggi sta scommettendo su un rapido revival di quest'area. Su quali basi si fonda questa scommessa?


R: Sebbene l'energia geotermica tradizionale sia una campo ben conosciuto e studiato, l'Egs - che espande la geotermia tradizionale di vari ordini di grandezza - non ha avuto sinora l'attenzione che merita. Un recente rapporto del Mit sul futuro dell'energia geotermica ha riscontrato come non via siano ostacoli fondamentali al pieno sviluppo, e su larga scala, dell'Egs.

 

2) Google prevede di estendere anche oltre i confini degli usa i suoi investimenti in energia e nelle fonti rinnovabili più promettenti (secondo lo schema RE < C, obbiettivo: fonti rinnovabili a minor costo del carbone) ?

R: Noi siamo interessati nelle aziende più innovative ovunque nel mondo. Riteniamo quindi che molti dei nostri investimenti saranno indirizzati a iniziative basate oltre gli Usa. Il nostro obbiettivo sta nel risolvere la disequazione RE < C rendendo le energie rinnovabili meno costose di quanto sia oggi il carbone, la fonte fossile a più buon mercato. Per questo abbiamo bisogno dei migliori ricercatori e fondatori di imprese in grado di abbassare i costi dell'energia verde prodotta su vasta scala, a livello di grandi utilities.

3) Google ha scelto di investire, per la geotermia, in due aziende e in un laboratorio universitario.6,25 milioni di dollari ad AltaRock Energy, 4 milioni di dollari per Potter Drilling e 489.521 dollari destinati al laboratorio di geotermia della Southerm Methodist University. Qual è la motivazione di queste tre azioni, presumo combinate tra loro?

R: Ambedue le aziende sono ben posizionate per ridurre i costi dell'energia geotermica Egs. Il finanziamento allo Smu è stato accordato perchè noi abbiamo bisogno di maggiori informazioni sulla disponibilità delle risorse geotermiche. Il finanziamento al laboratorio universitario servirà a sostenere la creazione di una nuova valutazione delle risorse geotermiche Usa, e una nuova mappa geologica del Nord America

4) Google prevede di sfuttare direttamente l'energia geotermica Egs per le sue necessità, e in particolare per i suoi grandi datacenters?


RE minore di C sarà un percorso che ci porterà a sviluppare fonti rinnovabili meno care del carbone con un obbiettivo dimensionato su almeno un gigawatt - abbastanza per rifornire una metropoli come S. Francisco - e nello spazio di anni, non di decadi. I datacenters di Google oggi si alimentano, per l'energia, dalla rete, attualmente fortemente gravitante sul carbone. Noi vogliamo creare e disporre di altre alternative. Per noi e per il pianeta.

Siamo già alla grid parity solare?

 

Questo grafico sta facendo il giro dei blog che si occupano di energia.

 

Un mio commento (e non solo mio)  è qui.

 

Buona lettura 

Raccontiamoci la nuova energia

In Italia, più che altrove in Europa, sarà  cruciale l'impegno dal basso sulla sfida energetica e ambientale.

 Questo blog collettivo, e spero partecipato, si propone di stimolare un contributo di esperienze concrete da parte di tutti coloro che ce ne possono offrire una.

Maggiore efficienza energetica,  forme di generazione distribuita, esperienze positive e negative compiute.....

Per essere abilitati a scrivere su questo blog dovete inviarmi una email a  giuseppe.caravita@ilsole24ore.com per proporre un vostro post o anche, meglio, una collaborazione . Sarò felice di leggere i vostri contributi  di invitarvi a partecipare a questo esperimento di giornalismo scritto con Voi.

 Beppe Caravita

Uno spazio aperto per raccontare e discutere delle nuove energie in Italia e nel mondo. Quelle che già ci sono e quelle che verranno.

 

 

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